PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A

Come ogni anno, all’apertura del tempo quaresimale la Chiesa ci invita a riflettere sull’episodio delle tentazioni di Cristo. Potremmo chiederci: persiste ancora nella cultura attuale un’idea cristiana di cosa sia la tentazione? E poi, cos’è la tentazione? E cosa produce in noi e tra noi?

Noi sappiamo dalla bibbia e dal vangelo che non è lecito separare l’amore a Dio e l’amore al prossimo: chi realizza l’uno, realizza anche l’altro; chi ama il fratello ama Dio, dice esplicitamente la prima lettera di Giovanni. Allora, però, perché le tentazioni vedono chiamata in causa anzitutto la relazione con Dio e solo sullo sfondo quella con il prossimo? Perché Gesù è provocato nel deserto a una battaglia nella quale, a suon di citazioni bibliche, il demonio lo vuole allontanare da Dio? La risposta è semplice: se meditiamo sulla ben nota prima lettura notiamo che prima non vi è la rottura tra Adamo ed Eva, ma prima vi è la disobbedienza a Dio, la ribellione nei suoi confronti, a cui seguirà una situazione di caos generalizzato di cui l’Antico Testamento narra con cura le conseguenze. La tentazione dunque, ha a che fare anzitutto con il nostro rapporto con Dio. La seconda e la terza delle tentazioni demoniache narrate da Matteo mirano a far sì che Gesù usi la sua religione e tutte le sue prerogative di messia per promuovere se stesso, anziché il volere del Padre, mentre la prima tentazione, quella delle pietre, mira a far sì che Gesù affermi totalmente se stesso a scapito di Dio, cioè escludendo Dio. Ora, a mio avviso, se in passato l’Europa ha conosciuto maggiormente la tentazione di usare Dio e la religione per questioni di orgoglio e di potere, in quest’epoca è maggiormente la prima tentazione (direi, la più grossolana delle tre) a farla da padrona: l’uomo di ieri e di oggi è convinto che l’unica cosa giusta da fare fosse e sia sbarazzarsi di Dio per affermare finalmente e definitivamente se stesso, per padroneggiare completamente la propria esistenza, poter scegliere lui ciò che è bene e ciò che è male, senza dipendere dal giudizio di un dio, liberandosi in tal modo dalla sensazione di essere degli eterni minorenni. Le conseguenze di questa mentalità sono sotto gli occhi di chiunque abbia un minimo, non dico di fede, ma di onestà intellettuale.

Ci appare chiaro dunque come un profondo e corretto rapporto con Dio stia alla base di tutta la vita umana, come dare il giusto fondamento spirituale all’esistenza sia la necessaria premessa per impostare bene tutta la vita sociale. Per questo, la prima e la seconda lettura ci insegnano che, laddove l’uomo cede alla tentazione, la conseguenza si chiama peccato. Con questo termine non intendiamo dunque unicamente un’azione dannosa verso i fratelli, ma anzitutto ne indichiamo la radice, la vera natura, quella cioè di una scelta fatta senza Dio e contro Dio, una scelta le cui conseguenze rivelano la menzogna originaria, vale a dire la convinzione maliziosa ed errata di poter realizzare tutto di testa propria.

Che cosa insegna a tal proposito la Scrittura? Insegna che l’uomo può liberamente decidere di comportarsi così, cioè di fare secondo i suoi criteri e progetti dimenticando volutamente Dio, ma non è poi in grado di dominarne le conseguenze, perché la menzogna ne genera altra e il peccato genera altro peccato, giungendo a stritolare l’uomo come un serpente avvolge la preda tra le sue spire.

Per questo Gesù si fa uomo, per venire a lottare al posto nostro e accanto a noi contro il peccato, dal quale è impossibile che l’uomo si liberi da solo e con le proprie sole forze: ecco perché in quaresima facciamo penitenza ed ecco perché meditiamo così lungamente da una parte sui nostri peccati e dall’altra sul mistero della passione e morte di Cristo. Lo facciamo per ritrovare in Cristo il coraggio della verità, della libertà e dell’amore. Non solo: le tentazioni ci insegnano anche a riconoscere l’esistenza di un tentatore, satana, il quale gode nel mettere l’uomo contro Dio, inducendo nell’essere umano l’illusione di poter mettere se medesimo al posto di Dio. Proprio come un ragno tesse la tela per catturare gli insetti, avvolgerli con la bava e infine divorarli, così fa satana con noi, rimanendo ovviamente nascosto come fa un ragno, sino a che l’insetto non è caduto nella trappola: solo dopo si mostra, camminando sulla quasi invisibile tela, per compiere il suo lavoro. L’uomo, impigliato nella tela, non ce la fa da solo, né a liberarsi, né a combattere il ragno: solo la grazia di Cristo lo può salvare, purché l’uomo lo voglia.

Ed eccoci nuovamente alla quaresima: essa è un tempo per risanare la nostra volontà, per chiedere a Dio di renderci capaci di volere veramente le cose giuste, dopo averle riconosciute come tali. Un tempo per raffinare la vista spirituale, così da individuare con prontezza il filo invisibile della ragnatela in tutte quelle situazioni in cui rischiamo di rimanerne impigliati. Un tempo per ricostruire la nostra vita, riconoscendo anzitutto che se essa non si fonda sull’obbedienza a Dio, è destinata dapprima alla falsità e infine all’auto distruzione. Un tempo nel quale rinnovare e approfondire la nostra relazione con Cristo, perché Lui è vero amico, perché solo Lui vince il peccato, solo Lui infine può darci forza e sapienza per riconoscere e vincere la tentazione diabolica di realizzare noi stessi senza Dio e contro Dio. Attraversiamo il deserto della quaresima con lo sguardo interiore fisso su Gesù Signore e allora nessuna prova ci sembrerà troppo grande per le nostre misere forze, allora, soprattutto, l’obbedienza risplenderà ai nostri occhi come la via maestra sulla quale seguire e servire il nostro Fratello, Amico e Salvatore.

Una risposta a “PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A”

  1. Nuccia Comoglio Maritano dice: Rispondi

    Grazie per questo “sguardo” sulle tentazioni e sulla quaresima. Le tue parole sono sempre un grande aiuto.

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