22° Domenica del T.O. – anno B

Se apriamo le pagine di alcuni libri dell’Antico Testamento, in particolare il Levitico, vi troviamo numerose prescrizioni rituali relative per esempio ai modi e ai tempi con i quali il popolo ebraico doveva offrire a Dio animali in sacrificio, in maniera tale che fossero a quest’ultimo graditi. Col passare del tempo, tuttavia, i profeti si fecero tutti portavoce della necessità di offrire a Dio un culto vero, che sgorgasse dal cuore dei pii israeliti, dunque anzitutto interiore. Se i profeti furono necessari ciò era evidentemente segno di una maturazione religiosa (grazie alla quale i sacrifici di animali apparivano sempre meno adeguati ad un culto serio), ma anche per correggere la tendenza da parte dei credenti a irrigidire il loro rapporto con Dio mediante numerosissimi precetti inventati ad hoc per ogni situazione (per esempio il modo di mangiare).

Ora, tale tendenza era tanto radicata quanto perversa. Se infatti inizialmente le leggi dell’Antica Alleanza dovevano inculcare negli ebrei la consapevolezza di essere stati scelti da un Dio unico e santissimo (l’unico vero Dio del cielo e della terra) e quindi di essere chiamati ad una particolare santità, tale intenzione era stata mistificata e imbrigliata in una religiosità di facciata. Questa, raffinatamente intrecciata da uomini soltanto, permetteva di tenere Dio lontano e sotto controllo, escogitando continue strategie per fare non già la Sua volontà, bensì la propria. Ciò inoltre permetteva di dividere gli uomini in due: i puri e gli impuri, a seconda che essi conoscessero e mettessero in pratica o meno quelli che Gesù nel vangelo definisce “la tradizione degli antichi” e i “precetti di uomini”. Di conseguenza il male, da cui la Legge doveva mettere in guardia, s’infilava nel cuore del culto religioso mediante leggi umane, le quali illudevano chi le praticava di esserne preservato. Male è non adempiere tutti i precetti, bene è adempierli. Malvagio e impuro è chi non li applica, buono e puro, chi invece li applica.

Era perciò inevitabile che Cristo insegnasse ai suoi un diverso atteggiamento nei confronti di Dio ed era altrettanto inevitabile che Egli giungesse allo scontro con scribi e farisei, detentori e garanti della “vera” religiosità. Gesù non poteva accettare che Dio fosse considerato un giudice severo con il pallottoliere in mano per contare gli sgarri dei suoi subalterni: una tale immagine del Dio tre volte santo era ingiusta, prepotente, violenta, malvagia. Ma Gesù non poteva neppure permettere che l’uomo intrappolasse se stesso in una simile convinzione religiosa, che non solo chiude tutte le possibili vie di relazione tra l’uomo e Dio, ma è radice di sperequazioni e ingiustizie sociali profonde, perché vede il male come realtà esterna all’uomo e produce la convinzione che alcuni siano migliori di altri solo perché seguono certe regole di comportamento.

Gesù taglia corto, senza mezzi termini e, con le sue parole, abbatte il muro d’ingiustizia religiosa e di mistica illusione: il male sta dentro all’uomo, è nel suo cuore; nessuno di coloro che lo ascoltano ne è immune e tantomeno può liberarne se stesso o altri.

Sebbene ogni credente debba badare ai modi con i quali tiene Dio a bada affinché non lo disturbi troppo e sebbene siamo oggi svincolati da tante prescrizioni rituali del passato, tuttavia è sempre presente il rovescio della medaglia di quella religiosità artificiosa, vale a dire la convinzione di doversi meritare quell’attenzione, quell’amore, quel benevolo sguardo divino a cui tanto aspiriamo e di cui non possiamo fare a meno. Oggi ci pare di dover meritare tutto in ogni caso e che la nostra immagine debba sempre risultare vincente, perfino agli occhi di Dio. Cerchiamo situazioni nelle quali poter dire a noi stessi: “ecco, oggi sono stato proprio bravo, mi merito quello che sto ricevendo dalla vita e da Dio”. Spesso attuiamo comportamenti utili solo a cercare l’altrui approvazione, solo per sentirci bene con noi stessi: pensiamo forse che siamo realmente capaci di lasciare Dio completamente fuori da questa trappola esistenziale nella quale incorriamo così sovente nel rapporto con gli altri? Anziché ringraziare umilmente Dio di avercene dato la capacità, ci illudiamo di essere buoni solo perché facciamo cose buone e giungiamo addirittura al punto di considerarci indispensabili. Mentre invece il male è sempre alla porta, pronto a scatenarsi e a mostrarci tutto il contrario in molteplici situazioni individuali e sociali.

Ora, dove sta il vangelo in questo discorso? Dove sta la buona notizia?
Per oggi dobbiamo accontentarci di questo “momento negativo”, dobbiamo lasciarci scuotere da parole dure, dobbiamo lasciarci contestare da Dio tutta la nostra ipocrisia e la nostra menzogna. Dobbiamo lasciarci dire da lui che il male è in noi come un tumore dal quale non possiamo liberarci da soli, allo stesso modo con cui un medico rimprovera un paziente di aver taciuto troppo a lungo la propria condizione oppure di essersi affidato a degli stregoni per curarsi.

Tuttavia, dalla prossima domenica sino quasi alla conclusione del tempo liturgico ordinario, l’evangelista Marco cercherà di spiegarci quale sia la religiosità evangelica e chi sia secondo Gesù il vero discepolo. Noi dovremo lasciarci docilmente afferrare per mano da Marco, il quale ci mostrerà chi siamo noi quando ci basiamo su noi stessi e chi invece possiamo diventare quando seguiamo Cristo. Egli insegnerà a quanti hanno ricevuto il battesimo quali esigenze esso comporti e a quanti lo richiedono in che tipo di vita esso inserisca chi lo riceve. L’evangelista ci guiderà dentro agli scandali, ai fraintendimenti e alle manipolazioni che ci caratterizzano per farci vedere come Cristo ci attenda proprio lì, dove sappiamo dare il peggio di noi, dove il male che è in noi si manifesta, per educarci e salvarci con la sua parola, il suo esempio e la sua grazia. Ci racconterà come Cristo abbia dovuto con forza, con pazienza e con tenacia sottrarsi al tentativo dei suoi dodici di usarlo per i propri fini, mentre li preparava a diventare le colonne fondanti della chiesa. Ci avviserà del fatto che la croce è il vero discrimine per riconoscere e formare il vero credente.

Mettiamoci con pazienza nuovamente in cammino per permettere a Dio di elevarci alle inaudite altezze del suo Figlio.

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