2ª Domenica del T. O. – Anno C

Sono innumerevoli le coppie che, oggi come in passato, testimoniano ai propri figli, parenti e amici un amore reciproco, fedele, intenso, capace di sacrificarsi per il coniuge, senza clamori, senza pubblicità. Lo si vede molto bene quando uno dei due si ammala e l’altro lo accompagna e lo soccorre senza sosta, in maniera umile, silenziosa, spesso nascosta al mondo. Si capisce allora come (stando al vangelo di Giovanni) il Signore abbia voluto compiere il primo miracolo, quello della trasformazione dell’acqua in vino per l’appunto, nel contesto di una festa di nozze. Tale miracolo è (come spesso capita se consideriamo il bene che caratterizza e fonda le unioni matrimoniali), sconosciuto ai commensali, ai presenti, i quali godono del beneficio di un “vino buono” senza minimamente sospettarne la provenienza; ma è ben noto ai servi e ai discepoli di Gesù, i quali iniziano così a conoscere chi sia il loro maestro e come desideri agire tra gli uomini.

Tuttavia questo brano di vangelo non è anzitutto una esaltazione del matrimonio tra uomo e donna: alcune tracce importanti ci rivelano infatti che dietro c’è dell’altro.
Nel testo biblico si dice che il miracolo di Cana avviene “il terzo giorno” della prima settimana di vita pubblica di Gesù: curiosa la coincidenza con il fatto che Gesù risorga il terzo giorno, non vi pare? Nel brano, poi, Gesù si rivolge a sua madre dicendole: “non è ancora giunta la mia ora”. Noi sappiamo che per Giovanni la parola “ora” fa riferimento al momento della croce, al Calvario. Così, dobbiamo prendere atto che, sopra il quadro felice di una festa nuziale, si staglia solenne il grande mistero della morte e resurrezione di Gesù, nel quale Dio ha concluso un’alleanza definitiva con l’umanità, cioè ha “sposato” nella buona e nella cattiva sorte quell’umanità che lo ha rifiutato; e si è tratto, da questa umanità, un popolo che lo ama, cioè la Chiesa, madre dell’umanità nuova e sposa di Cristo.
Non basta: a Cana si consuma un banchetto nel quale si resta senza vino, mancanza che Gesù colma non con un vino qualunque, ma con un vino “buono”. La sera prima di morire Gesù celebrerà un banchetto con i suoi, nel quale consegnerà loro il “vino nuovo” versato in remissione dei peccati, per la nuova ed eterna alleanza: che cosa manca ancora affinché si possa considerare l’ultima cena un banchetto nuziale? Lo sposo c’è, la sposa (cioè i discepoli) pure, cibo e bevanda non mancano.

Matrimonio, morte e risurrezione, eucaristia: ecco i tre misteri che s’intrecciano, s’inanellano l’uno nell’altro nella narrazione dell’evento delle nozze di Cana. Un evento silenzioso, nascosto, perciò adatto allo stile di Dio, caratterizzato da un grandissimo e castissimo pudore nel rivelare se stesso,  desideroso di donarsi e farsi conoscere in modo unico e speciale ai suoi, a coloro che lo amano e lo seguono, senza preoccuparsi di piacere agli altri: proprio come i due sposi di un matrimonio, in cui tanti festeggiano con loro, ma solo loro due conoscono il segreto del reciproco e bastevole amore.
Ovviamente non va dimenticato il motivo che occasiona il miracolo, cioè la mancanza di vino. E’ dovuta al fatto che i due sposi erano poveri? O imprevidenti? O al fatto che gli invitati erano degli ubriaconi? Non ci è dato saperlo. Ci basti constatare che il matrimonio è considerato qui un segno eloquente dell’amore tra Cristo e i suoi, nel senso che ce lo fa capire e perfino ce lo rende presente; eloquente, sì, ma non sufficiente. Le motivazioni sono chiare. Infatti, per quanto l’amore tra marito e moglie possa essere grande non lo sarà mai abbastanza da esprimere la totalità dell’amore di Dio per noi, e inoltre spesso tale amore zoppica, barcolla, ha bisogno del sostegno degli altri e soprattutto di una grazia speciale da parte di Dio, che Egli assicura nel sacramento del matrimonio, sacramento in cui colui che opera (nascostamente) è, guarda un po’, Cristo.
Perciò anche gli sposi devono bere del vino “buono” e “nuovo” portato da Cristo, come è ordinato ai discepoli nell’ultima cena. Bevendolo infatti, essi accettano e assumono nel vero senso della parola quel perdono portato da Cristo, necessario per riuscire ad amarsi in maniera fedele e rinnovata giorno dopo giorno e senza il quale nessuna gioia può né durare nel tempo, né rimanere oltre il tempo.

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