Terza Domenica di Pasqua – C

Che cosa è per me il cristianesimo? Un aiuto a vivere meglio? Una forza in più’, utile specialmente nella malattia? In un recente scritto il papa emerito Benedetto XVI dice che va recuperata la consapevolezza che, a suo parere, il cristianesimo è caratterizzato principalmente dal compito di rendere testimonianza agli altri di ciò che si crede (testimonianza si rende con il termine “marturia” in greco, da cui le parole martirio e martire, perché il martire è un testimone). Ora, a me pare che le tre letture richiamino fortemente il tema della testimonianza, la quale è indubbiamente anche occasione di sofferenze, cioè di martirio. Ciò è del tutto coerente con la spiritualità del tempo pasquale, dedicato a meditare sulle apparizioni del risorto ai discepoli e a riflettere sulle azioni che questi ultimi compiono, provocati, spinti e rinfrancati da Cristo Signore.
Nella prima lettura si parla della testimonianza della verità: gli apostoli infatti dichiarano apertamente al sommo sacerdote la loro fede in Cristo Risorto, senza temere di pagarne il prezzo in termini di persecuzione. Essi non possono tacere ciò che sanno, non possono tradire la loro missione e negare la verità dei fatti, costi quel che costi.
Nella seconda lettura si spalanca davanti a noi la grandiosa scena della liturgia celeste ed eterna, nella quale gli angeli e i santi acclamano l’agnello immolato (Cristo) e lo adorano. Possiamo definirla la testimonianza della lode, quella che la Chiesa rende pubblicamente al mondo ogni volta che i suoi figli si radunano per celebrare il culto, cioè la messa e gli altri sacramenti. Una testimonianza oggi molto preziosa per un mondo dimentico di Dio, ma forse talora un po’ imbarazzante per il singolo cristiano, abituato a vivere in un contesto nel quale ormai credere e pregare sono considerati un fatto privato e spesso cosa del tutto inutile.
Infine, il vangelo. L’evento della pesca miracolosa e il successivo faccia a faccia di Pietro con Gesù sono due narrazioni talmente ricche da non poter essere banalmente liquidate da queste poche righe. Tuttavia, anche qui possiamo cogliere uno spunto relativo al tema della testimonianza. Pietro e gli altri, infatti, vengono poco per volta riabilitati da Gesù, il quale intende metterli in grado di svolgere il loro ministero di pastori nella Chiesa. Ora, poiché in senso etimologico la parola ministero indica un servizio, possiamo dire che siamo richiamati qui a una terza forma di testimonianza, quella del servizio. Un servizio da rendersi in modi assai diversi a seconda della condizione e dello stato di vita di ciascuno, ma in ogni caso qualcosa di imprescindibile, a cui nessun cristiano può rinunciare. Perfino un ammalato ha servizi da rendere, come quello per esempio di pregare per gli altri, oppure di offrire loro la testimonianza di un abbandono fiducioso tra le braccia del Padre.
Tutte e tre le forme di testimonianza sollevano inevitabilmente una qualche forma di persecuzione, di ingiustizia e quindi di sofferenza per il discepolo. Questi perciò può essersi già chiesto qualche volta: “Come posso io sostenere il peso di queste sofferenze derivanti dalla mia adesione al vangelo? Io che sono così debole e incostante?”
Nel vangelo odierno, Pietro si sente chiedere per ben tre volte da Gesù se lo ama davvero: l’allusione al tradimento e quindi alla debolezza di Pietro è tutt’altro che velata da parte del Signore. Gesù lo incalza chiamandolo “Simone di Giovanni”: lo interpella direttamente come uomo, chiedendogli di esporsi a un livello altissimo. Infatti gli chiede se lui lo ama “più di costoro”. Ora, amare Gesù più di un Tommaso, per esempio, forse Simone di Giovanni poteva anche arrivare a farlo, ma amare Gesù più di Giovanni, il discepolo amato, che era rimasto fedele al Signore, rimanendo sotto la croce accanto a Maria, mentre Pietro e tutti gli altri erano fuggiti, era cosa impossibile per Pietro. Tuttavia quest’ultimo risponderà con grande umiltà a Gesù: “Tu sai che ti voglio bene”. Ma qui allora non è solo Simone che risponde, è Pietro. Cioè è il capo degli apostoli, incaricato da Gesù: lui, Simone di Giovanni, si appoggia alla capacità della Chiesa della quale è stato costituito capo, perché ha capito che la forza di testimoniare Cristo la troverà non in se stesso, ma nella Chiesa tutta, nella quale c’è lui, il rinnegatore, ma c’è anche Giovanni, il discepolo fedele. Egli, Pietro, deve rendere una testimonianza corale, insieme ad altri, non in maniera solitaria. Anche noi non dobbiamo mai dimenticare che il servizio che rendiamo agli altri, pur se nascosto agli occhi della maggioranza, è pur sempre un compito che svogliamo in seno alla Chiesa, nella quale qualche santo, sia in cielo che in terra, sta pregando per noi, ci sta accompagnando, sta mettendo a disposizione nostra i suoi doni e noi dobbiamo imparare ad approfittarne, direi “a man bassa”.
Verità, lode e servizio sono dunque tre forme di testimonianza frutto di un grande amore. Tale amore è grande comunque e sempre, anche se noi siamo talvolta vili e meschini, perché è quell’amore di cui la Chiesa vibra in tutti i suoi membri, visibile in particolar modo nei santi, i quali tuttavia non lo considerano un tesoro geloso, ma lo mettono a disposizione di tutto il corpo di Cristo, di cui noi siamo membra vive.

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