Ascensione Anno B – Settima Domenica di Pasqua

“Se passa la testa, passa tutto il corpo”. Non so se, oltre al momento del parto, questa affermazione che spesso ho sentito, valga anche per altre situazioni della vita. Certo, essa ci permette di sintetizzare con una battuta, in certa misura, il contenuto della solennità dell’Ascensione, la quale alimenta la grande speranza dei cristiani di essere un giorno definitivamente congiunti al loro capo, Cristo, in paradiso. Cristo, infatti, è il capo di un corpo, cioè la Chiesa, corpo che continua il proprio pellegrinaggio nel tempo, mentre il Suo Signore ha vinto e già siede in cielo accanto al Padre Suo.
Anzitutto, godiamoci lo spettacolo: Cristo, scomparendo davanti agli occhi dei suoi discepoli, sale al cielo ed entra per sempre nell’abbraccio di suo Padre. Ora Egli vive un’esistenza nuova, splendente di una gloria sconosciuta al mondo: la gloria dell’amore divino, gloria perfetta, pura, luminosa. Ora Egli ha trionfato su tutti i suoi nemici: il dolore, la violenza, il peccato, la morte, il maligno. Tutto questo ci dice che, all’opera nella storia, c’è un agire di Dio, che sarà indubbiamente misterios0, ma altrettanto indubbiamente è giusto, e lo è in maniera sovrabbondante e sorprendente.
Forse qualcuno potrebbe obiettare: “Si, oggi siamo contenti per Lui, per Cristo. Ma intanto noi siamo ancora quaggiù a tribolare”. Quest’obiezione è vera, ma nasce dall’idea che, in fondo, noi siamo separati da Lui e che, dunque, il Suo destino sia il Suo e non possa in qualche modo essere anche il nostro. Come se noi non fossimo diventati con Lui un solo corpo nel Battesimo, come se noi non ci nutrissimo del Suo corpo nell’Eucarestia, come se noi non fossimo uniti già a Lui uniti in matrimonio, giacché Egli considera la Chiesa come Suo corpo e Sua sposa. Certo, noi siamo poveri peccatori, ma la nostra speranza è che Egli non permetterà che la nostra debolezza abbia il sopravvento e che ci farà salire con Lui sul podio dei vincitori, per sua grazia.
E poi c’è un altro aspetto, troppo spesso trascurato: noi cristiani crediamo giustamente che Cristo ha vinto la morte e che un giorno risorgeremo anche noi con Lui. Ma l’ascensione ci dice qualcosa di più ancora: non solo Dio ha voluto vincere la morte per renderci immortali come Lui; vuole addirittura introdurci nella Sua Gloria infinita. Vuole che la nostra eternità sia un bagno, direi un dolce naufragio, nel mare del suo sconfinato Amore. San Tommaso d’Aquino dice che Dio è così bello che chi lo vede non può che amarlo e, aggiungo io, rimanerne estasiato.
L’abbraccio caldo, eterno, amorevole del Padre è il porto verso cui tutti tendiamo, consapevoli o no, nel corso del nostro pellegrinaggio terreno. Ora, Cristo, salendo veramente al cielo e cioè entrando nella gloria del Padre, ci ha messo in contatto con il Padre celeste in modo definitivo. Ci ha portati tutti, uno per uno, sul palmo della mano del Padre celeste, dalla quale non verremo più strappati. San Cirillo di Gerusalemme dice infine che grazie a Cristo abbiamo accesso a Dio. Che cosa straordinaria sapere che, quando preghiamo il Padre Nostro, Cristo guarda il Padre, e Questi risponde: Sì!

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