Commento al vangelo della 34ma Domenica – Anno A: Corollario.

In seguito ad alcune osservazioni giuntemi a riguardo del mio commento al vangelo della trentaquattresima settimana del tempo ordinario anno A, vale a dire il capitolo 25 di Matteo in cui si descrive il giudizio finale nel quale saranno separate le pecore dai capri, sento il bisogno di fare alcune precisazioni.

Una delle perplessità era: quando in carcere c’è una persona condannata giustamente per i reati commessi, come si può dire che Cristo condivida con lei il peso della redenzione del mondo? E in che senso s’identifica con questa persona? Un pluriassassino, un pedofilo e attori delle peggiori nefandezze come possono essere comprese in questa visione?

Come scrivevo, questo racconto di Matteo si applica anzitutto ai cristiani che soffrono poiché tali. Pensiamo per esempio a una Asia Bibi, contadina pakistana di fede cattolica, madre di cinque figli, ingiustamente accusata di blasfemia dalle donne musulmane del suo villaggio, rinchiusa per nove anni in carcere e liberata solo dopo continue pressioni internazionali sul governo pakistano. Lì non c’è dubbio che Cristo fosse presente e attendesse di essere visitato, come non c’è dubbio che Cristo condividesse con lei il peso del male del mondo.

Come dunque si può dire lo stesso di uno stupratore in carcere? In effetti, da questo paragone vediamo come la tendenza a universalizzare questa pagina di vangelo, ad applicarla cioè indiscriminatamente a tutti, inevitabilmente scricchioli.

In che senso dunque visitare un carcerato colpevole sarebbe incontrare Cristo? Ebbene, lo sarebbe nel senso che Cristo, sceso nel fondo del peccato dell’uomo; Cristo che, come dice San Paolo è stato “trattato da peccato” a nostro favore quando è stato appeso alla croce; quel Cristo lì ci manda e lì ci attende perché c’è un uomo da salvare. Cristo ha sofferto e tuttora soffre a causa di quell’uomo e ci chiede di andargli incontro per aiutarlo a convertirsi, a tirare fuori quel buono che, nonostante tutto, c’è ancora in lui e a indirizzarlo verso il cielo. Allora, forse, giustamente non si può dire che quell’uomo sia un’eucarestia di Cristo, ma si può collaborare con Cristo affinché sia liberato dal male interiore che l’ha condotto sull’orlo dell’abisso. Questo servizio Cristo lo considera fatto a sé. Quell’uomo forse non è membro della Chiesa e non è perseguitato per la fede, ma vale che anche per lui Cristo è morto. In conclusione, dunque, tutto ciò vale in modo eminente e sacramentale per i cristiani e in senso esteso per gli uomini tutti: i primi come membri del corpo del Salvatore, i secondi come membri di quell’umanità per salvare la quale Cristo ha steso le braccia sulla croce. La misura poi in cui Cristo condivide con loro il peso del male nel mondo è visibile con gli occhi della fede nel caso dei cristiani, mentre forse resta nascosta in molti altri casi. Se pensiamo però ai bambini abortiti, tale misura è tanto misteriosa quanto reale seppur nascosta al mondo.

Risolveremo mai il problema della povertà nel mondo? Una frase di Gesù mi ha sempre colpito. L’evangelista Giovanni narra che, in casa di Lazzaro a Betania, pochi giorni prima della passione, Maria, sorella di Lazzaro, cosparge con del costosissimo profumo di nardo i piedi di Gesù. Giuda, presente con gli altri apostoli, obietta che è uno spreco inutile, perché i soldi usati per acquistarlo potevano più utilmente essere dati ai poveri. Gesù gli risponde di lasciarla fare, perché, dice “i poveri li avrete sempre con voi, me invece non mi avrete sempre”.

Se li avremo sempre con noi significa che non risolveremo mai definitivamente questo problema e ciò per tanti motivi. Se anche però l’umanità riuscisse a estirpare la povertà materiale dalla terra resterebbe la povertà peggiore, cioè quella interiore, di natura psicologica, morale e soprattutto spirituale. Essa, come la povertà materiale, è conseguenza del peccato, che ogni uomo ha ereditato venendo in questo mondo. Ora, chi potrebbe guarire il cuore dell’uomo se non Dio? Infatti, in forza di cosa noi cristiani crediamo di essere stati liberati dal peccato, sebbene conserviamo in noi un’inclinazione a cedere al male? Lo crediamo soltanto in forza del battesimo, cioè della pura e semplice grazia di Cristo trasmessaci dalla Chiesa. Soltanto un mondo in cui Dio, somma ricchezza, sia tutto in tutti può considerarsi un mondo nel quale la povertà interiore e radicale è debellata e con essa ogni forma di povertà. Tale mondo, però, si avrà soltanto in paradiso. Nell’attesa di quel tempo, noi cristiani continuiamo a vedere Cristo negli ultimi, anticipando la visione di quel mondo futuro nel quale tutta la scala dei cosiddetti valori mondani sarà rovesciata e, con essa, saranno pure rovesciati i rapporti sociali che continueranno a intercorrere tra i risorti, stavolta però in piena corrispondenza ai voleri di Dio.

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