Decima Domenica del Tempo Ordinario – Anno B

La scena descritta dal vangelo odierno è chiara non solo visivamente, ma anche spiritualmente. Gesù è fisicamente accerchiato da gruppi diversi, che si dispongono intorno a lui come cerchi concentrici, distinti  tra loro sia per caratteristica, sia per posizione verso il maestro.
Vi è anzitutto la folla, che lo stringe per ascoltarlo e per averne dei benefici: si può supporre da parte di essa un misto d’intenzione che va dall’attrazione verso Cristo al tentativo di uso dei suoi poteri a proprio vantaggio. Vi sono gli scribi, che lo odiano e che negano l’evidenza del bene che Egli compie, sostenendo addirittura che Gesù vince il male con la forza di satana. Vi sono i parenti, che vengono a cercarlo per portarlo via: infatti lo ritengono un folle, perchè si lascia sommergere dagli altri a tal punto da non avere più tempo neppure per mangiare. Vi sono infine i discepoli, da lui appena chiamati a seguirlo: dal contesto evangelico sappiamo che godono di questo successo strepitoso, ma che sono ben lontani dal seguirlo sulla via della croce; possiamo definirli come allievi tirocinanti.
Pare, dalla descrizione di Marco, che il destino di Cristo sia senza via d’uscita, tanto nella sua vita terrena, quanto nella storia successiva della Chiesa. Invece, l’evangelista racconta che il maestro si apre un varco improvviso, con il quale permette il crearsi di un altro cerchio, non visibile a occhio nudo: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre”. Gesù getta un sasso nello stagno, le cui onde si estendono concentricamente verso l’esterno, intercettando tutti e dando così a ciascuno la possibilità di afferrarlo. Si badi bene, non già per i propri fini, bensì per seguirlo nel fare la volontà del Padre, la cui realizzazione è il motivo della venuta di Gesù Cristo.
Si creano così nuovi cerchi, in cui Cristo non solo non è chiuso, ma ne è piuttosto il nucleo pulsante. Essi sono tanto più vicini a lui, quanto più le persone cercano e compiono ciò che al Padre piace.
Certo, non è così semplice comprendere il volere di Dio in tante situazioni: esso è concreto, ma non c’è un prontuario farmaceutico immediato a proposito di esso. Gli stessi dieci comandamenti sono indicazioni di cammino, necessari per non perdere la bussola, ma vanno poi declinati in situazioni spesso complesse, per esempio la dialettica tra il “non uccidere” e il trovarsi in guerra di un militare a difendere la propria gente da un’aggressione. La Chiesa ci da delle regole, ma non può entrare in ogni dettaglio. Cristo dice che la legge si riassume nel duplice comandamento dell’amore a Dio e al prossimo, ma oggi la parola amore è stra-abusata, perciò rischiamo di fargli dire ciò che lui non ha detto. Il volere di Dio richiede la nostra obbedienza, ma infine deve tenere conto della nostra libertà e lasciarle spazio: anche per questo, dobbiamo accettare che ci venga rivelato poco per volta. Tutte queste considerazioni mi pare ci aiutino a cogliere nelle su citate parole di Cristo una mano tesa a chiunque nutra in sé da una parte il desiderio di corrispondere fedelmente ai voleri di Dio, dall’altra la consapevolezza della propria inadeguatezza nel farlo.
Nonostante tutte le nostre fatiche, va accolto e seguito il consiglio di San Paolo, contenuto nella prima lettura: “noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne”. La Vergine Maria trascinata dai parenti (secondo me suo malgrado)  come lascia passare quel giorno al cospetto di Gesù di Nazareth, pur rimanendo all’esterno della casa, non c’è dubbio che fosse la più intimamente vicina a lui tra tutti gli astanti. Non c’è dubbio che vedesse e fissasse la Sua divinità, incarnatasi nel nostro quotidiano, per farsi conoscere da noi.

 

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