DICIANNOVESIMA DOMENICA T.O. – C

Per meglio cogliere il messaggio di Luca, il vangelo di oggi dobbiamo leggerlo in continuità con la parabola del ricco stolto ascoltata domenica scorsa, giacché si tratta di versetti ripartiti su due domeniche (per facilitare l’ascolto e la meditazione dei fedeli), tutti appartenenti al dodicesimo capitolo.

Abbiamo già riflettuto su come Gesù stigmatizzi l’atteggiamento del ricco, il quale inciampa in una serie di gravi errori: accumula senza sosta; lo fa soltanto per se stesso; esclude a priori la possibilità che la morte possa coglierlo all’improvviso e prematuramente; cancella del tutto l’idea di dover rispondere ad un giusto giudice dopo la morte.

Il Signore non si limita alla critica, ma giustamente esplicita ai suoi discepoli che cosa si aspetti da loro a proposito della delicata gestione delle ricchezze terrene. Ora, le sue parole possono spiazzarci poiché egli raccomanda di vendere ciò che possediamo e darlo in elemosina: a questo punto dobbiamo supporre che è veramente perfetto solo chi rinuncia a tutto, chi si abbandona anima e corpo al Signore, contando unicamente sulla sua Provvidenza? In un certo senso, sì. San Francesco d’Assisi per esempio resta un’icona del cristiano, valida per tutte le epoche. Tuttavia queste parole devono assolutamente essere interpretate e declinate secondo lo stato di vita nel quale ci si trova. Ci soccorre qui l’idea centrale dei versetti successivi, quella cioè per cui ognuno di noi ha ricevuto un incarico in questo mondo e deve vivere ogni istante come se fosse quello l’attimo in cui deve renderne conto a Dio in modo definitivo; l’idea che siamo servi e non padroni e che, se abbiamo ricevuto in dono delle ricchezze terrene, esse devono essere utilizzate a servizio degli altri. Ognuno lo farà in base sia alle proprie capacità, sia in base alla propria fede: l’importante tuttavia è che nessun discepolo del Signore si sottragga a questo modo di vedere e di vivere. Il ricco della parabola si addormenta cullandosi sui propri beni, ma la morte lo rapisce nel sonno; il discepolo del Signore reagisce alla tentazione di cullarsi nella certezza dei suoi molti o pochi beni, sta interiormente “sveglio”, pronto a rendere conto della gestione degli stessi, come un amministratore nei confronti del padrone.

Che cosa è accaduto? Che cosa ha fatto la differenza? E’ accaduto che la fede ha recato con sé in dono al credente la capacità di affezionarsi tremendamente a qualcosa che gli occhi materiali non vedono, in maniera talmente forte che il suo cuore si è legato alle ricchezze eterne prima e di più che a quelle terrene. “Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” ci avverte infatti il vangelo. Vorrei inserire qui una precisazione sui termini che forse può aiutare a capire la differenza sostanziale in gioco.

Un uomo il quale comprenda che la vita prima o poi avrà una conclusione, che non ci si può illudere della capacità delle ricchezze di mantenerci in vita a oltranza, che tutto sommato può valere la pena condividerle anche con gli altri, costui è un saggio. La sua saggezza è un dono prezioso, maturato forse con l’esperienza degli anni, oltre che con l’aiuto di Dio. Come ben sappiamo, un simile atteggiamento può sorgere in ogni religione, nelle più disparate culture ed epoche storiche.

Invece, un uomo il quale ponga la sua certezza in Cristo, nelle sue parole, lo attenda in ogni istante non quale un ladro, ma quale lo sposo, cioè il compimento e il senso della propria vita, in una parola un uomo che ami Cristo e riponga in Lui ogni certezza e da lui aspetti ogni bene, ecco costui è più che un saggio: è un sapiente. La fede infatti è come una regina che giunge sempre accompagnata da una serie di ancelle: la sapienza è una di esse, forse la principale. E’ chiaro, infatti, che una maturazione del genere è solo dono di Dio e che solamente in presenza di una tale sapienza, di un tale modo di conoscere la vita, assai superiore a qualunque umana saggezza, l’uomo può mettere serenamente in gioco anche le proprie ricchezze terrene, nella misura del compito a lui assegnato nell’esistenza e della fede ricevuta.

La seconda lettura parla di questa fede e di come essa sia capace di spingere uomini e donne a scelte umanamente difficili da comprendere e ancor più difficili da sostenere: una per tutte è racchiusa nella vicenda dell’oscura richiesta da parte di Dio del sacrificio del figlio Isacco, ciò che fa del padre Abramo e della di lui moglie Sara l’emblema biblico rispettivamente dell’uomo e della donna di fede. Invito ciascuno a riprendere una volta in settimana la lettura di questo brano epico e lirico tratto dalla lettera agli ebrei.

Vorrei in conclusione dedicare qualche riga all’ultima parte del brano odierno. Pietro domanda a Gesù se le sue parole sull’essere a servizio valgano solo per loro, cioè gli apostoli, o anche per tutti. La ferma risposta di Gesù fa comprendere a loro e a noi che coloro i quali nella Chiesa hanno ricevuto l’incarico di pastori, sono oggetto di aspettative maggiori da parte del Signore, in quanto hanno ricevuto in consegna le ricchezze più importanti agli occhi di Dio, vale a dire i suoi figli: i cristiani. I pastori dovranno rendere conto di come hanno amministrato la Chiesa, di come hanno servito i fratelli e le sorelle in Cristo, di come hanno adoperato le immense riserve di grazia date in consegna alla Chiesa.

Preghiamo dunque per loro, perché essi non si addormentino sugli eventuali loro privilegi e non spadroneggino sul gregge. Preghiamo perché un giorno possano ricevere in ricompensa alle loro fatiche di buoni amministratori, tutte le ricchezze eterne di cui Dio dispone.

 

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