Diciassettesima domenica del T.O. – Anno B

Inizia da questa domenica la lettura del sesto capitolo del vangelo di Giovanni, che, suddiviso in brani, ci accompagnerà nel mese di agosto, creando così una pausa nella lettura corsiva del vangelo di Marco. Il capitolo in oggetto si apre appunto con il miracolo della moltiplicazione dei pani, ma i particolari annotati da questo evangelista, insieme al lungo discorso di Gesù che egli riporta successivamente al miracolo, ci fanno subito capire che il tema portante è quel pane di vita che Gesù dona e che Gesù è, pane che è vera manna dal cielo, che è carne e sangue. In sostanza, traspare luminosamente dietro ogni espressione del capitolo sesto, quel miracolo che quotidianamente si ripete nella Chiesa e che va sotto il nome di Eucaristia. Gesù, prima di compiere il grande miracolo della moltiplicazione dei pani, dice l’evangelista Giovanni, “passò all’altra riva del mare di Galilea”, poi Gesù “salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli”, in posizione e in atteggiamento denotanti grande solennità, e inoltre “era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei”. Questi particolari sono pennellate fondamentali: Colui che agisce è già oltre, è già sopra e tutto ciò che Egli compie ha a che fare con la Pasqua, meglio: è frutto della Pasqua. Dunque, nell’azione del Gesù terreno, consideriamo già l’opera del Risorto, il quale sazierà la sua Chiesa con il pane della vita dopo aver vinto la morte.
Avremo modo nei prossimi commenti di approfondire i preziosi contenuti di fede presenti in questo capitolo, come pure dovremo fare i conti sia con l’aspra opposizione dei giudei, che non vorranno aprirsi al dono di Cristo, sia con l’abbandono di molti discepoli che non accetteranno di credere alle parole del maestro.
Ora, tra le mille considerazioni possibili sulla narrazione odierna, ne scelgo una, cogliendo le parole di Andrea a Gesù: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Gesù provoca i suoi con la domanda del come fare a sfamare tanta gente, Filippo chiosa che ci vorrebbe tanto denaro e Andrea prova a soccorrere il confratello con le parole suddette, senza accorgersi di avere in realtà dato la risposta giusta mentre non vi pone la minima fiducia. Sarà infatti proprio da quei pochi pani e pesci che Gesù trarrà la materia per il miracolo. Pensiamo alla storia della Chiesa, pensiamo ogni domenica alla moltiplicazione dei pani in tutte le chiese del mondo: il pane continua a “sgorgare” dalle ceste da secoli e secoli, senza che noi neppure capiamo il come sia possibile. Pensiamo al bene fatto da tanti prima di noi, partendo dal poco. Proviamo però a estendere queste considerazioni al “poco” di tante nostre giornate, alle piccole cose che costellano la nostra vita quotidiana: è possibile che anche in esse Dio voglia far valere quella logica moltiplicativa che abbiamo capito valere per la celebrazione eucaristica domenicale? Ciò che a noi pare pochissimo già solo per noi stessi e figuriamoci per gli altri, può Cristo prodigiosamente moltiplicarlo al di là della nostra capacità di comprensione, per noi stessi e per gli altri? In altri commenti, sono andato ripetendo che, per compiere i miracoli, Gesù ha bisogno della nostra fede. Ora, qui sul monte attorno a lui ci sono i dodici, c’è tanta folla, ma non pare ci sia qualcuno disposto a credere che egli farà l’inaudito: neppure ci pensano. Sarebbe poetico affermare che la fede richiesta forse l’ha messa quel ragazzo proprietario dei pani e dei pesci, ma il testo non permette una tale supposizione. No, qui è diverso: Giovanni ci fa capire che Gesù ha una missione da compiere da parte del Padre e che quanto egli va facendo è compiuto in pura obbedienza al Padre, il quale vuole che il Figlio salvi gli uomini; perciò, affinché le folle credano, egli le nutre con il pane del cielo, altrimenti non ce la faranno a superare un deserto, fatto di stanchezza, solitudine, tentazione, fame.
Ciò che conta, tuttavia, è che anche qui il miracolo avviene soltanto con la partecipazione dell’uomo. Stavolta è una partecipazione materiale, ma serve a farci capire che Dio le sue grazie le concede non tanto come una pioggia celeste, ma come un miracolo che “sale dalla terra” quando essa è bendetta dal cielo. La natura nella quale siamo immersi ci è stata data come dono immenso: non l’abbiamo fatta noi. Invece l’eucarestia domenicale è sempre data grazie al pane e al vino che abbiamo messo noi. E così è nella vita dei discepoli di Gesù: tanti miracoli essi sperimentano e fanno, ieri come oggi, nel grande come (soprattutto) nel piccolo, ma tutto avviene sempre con il concorso di ognuno. Poco, pochissimo forse, ma fondamentale per la realizzazione dei disegni di Dio. Cosa serve affinché ciò avvenga? Che quanti lo seguono compiamo costanti atti di affidamento a Dio di quel poco che hanno. Se lo fanno con spirito di vera obbedienza, a imitazione di Cristo e non senza il Suo aiuto, sperimenteranno la copiosa abbondanza simboleggiata dalle dodici ceste piene avanzate, segno che il loro poco, nelle mani di Dio diviene addirittura un felicissimo “troppo”.

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