Diciassettesima Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

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Le parabole del regno ascoltate la scorsa domenica attingevano al mondo naturale vari significati simbolici: granello di senape, lievito, grano e zizzania, ci parlavano di una realtà che matura in modo silenzioso, nascosto, tra le contraddizioni del mondo, nell’ordinarietà di ritmi uguali a se stessi, quotidiani o stagionali che siano. Ci vuole grande pazienza per sapere attendere il risultato finale e grande sapienza per cogliere la lenta, graduale e inarrestabile evoluzione di ciò che Dio semina e fa crescere tra di noi; sembra, infatti, impossibile che qualcosa possa veramente accadere in tale ordinarietà e con tanti elementi a sfavore; perciò, quando questo qualcosa avviene, quando si realizza, ne scaturisce grande stupore: il granello di senape che diviene un grande albero, la pasta tutta fermentata, la crescita del grano in mezzo alla zizzania. Lo stupore è il segno che qualcosa di nuovo non solo è nato, ma è stato altresì visto, colto, apprezzato, goduto. Il regno di Dio non viene per se stesso, ma per noi, perché ne possiamo beneficiare con tutto il nostro essere.

Le parabole di questa domenica, prendono a prestito scene di vita umana, le quali hanno in comune tra loro il fatto di narrare avvenimenti eccezionali, fuori dalla norma: la scoperta di un tesoro, l’acquisto di una perla, una rete piena di pesci. Tali cose possono accadere, ma si capisce bene che qui non si parla di qualcosa che dipende anzitutto dai protagonisti, bensì di una realtà che viene loro incontro, che si lascia scoprire da loro, entrando in relazione con loro lì dove essi vivono, dove avvengono le loro ricerche e le loro fatiche quotidiane: un campo per un uomo che forse ci stava lavorando; una bottega o un banco per un mercante; il mare per i pescatori. Mercante e pescatori erano alla ricerca, mentre l’uomo s’imbatte fortuitamente nel tesoro: in ogni caso, però, ciò che costoro eccezionalmente trovano, va ben oltre le loro aspettative; costituisce anzi un bene di valore inestimabile, per il quale vale la pena mettere tutto in gioco. Certo, la rete piena di pesci (sia buoni che cattivi) ci rimanda alla parabola del grano e della zizzania, ma è pur sempre una rete piena: ciò giustifica la pazienza che il pescatore dovrà metterci per selezionare accuratamente ciò che essa contiene. Il regno di Dio non è un semplice pacco sorpresa da scartare, ma è una realtà divina che è affidata alla nostra intelligenza (i pescatori), alla nostra intraprendenza (il mercante) e al nostro coraggio (l’uomo del campo).

Queste parabole c’insegnano che la sorpresa scaturita dalla scoperta del regno non solo genera stupore, ma regala anche una profondissima e indicibile gioia; questa gioia è la sola realtà in grado di giustificare scelte che apparentemente sembrerebbero insensate (come il vendere tutto ciò che si possiede), mentre nello stesso tempo dà la forza di compierle.

La parabola del mercante e quella del tesoro nel campo in particolare ci parlano di qualcosa che è dato ad alcuni e non ad altri, qualcosa che qualcuno vede e comprende, mentre gli altri continuano la loro vita di sempre senza accorgersi di nulla. Il regno di Dio è per noi in tal senso grande mistero: non sta a noi scegliere a chi, come e quando consegnarlo. Sta a noi cercarlo, poi accoglierlo, poi restargli fedeli, poi annunciarlo; il resto è cosa di Dio. Se abbiamo avuto la grazia di comprenderlo, di conoscerlo, di sperimentarne lo stupore e la gioia, dobbiamo stare attenti che numerose e lunghe prove della vita o ci facciano abbassare lo sguardo (come coloro che sono ormai senza speranze), oppure ce lo facciano volgere altrove, nell’illusione che la gioia a cui sempre aspiriamo possa venirci da altre parti. Avere scoperto, avere compreso cosa sia il regno di Dio è una grazia immensa, ma dobbiamo vigilare affinché essa non ci venga sottratta a causa vuoi della nostra pigrizia, vuoi dell’enorme forza d’inerzia che la vita quotidiana non cessa di esercitare attimo dopo attimo.

Tutte le immagini di cui Gesù si serve per parlarci del regno di Dio ci ricordano che esso è reale (come lo è la natura in cui viviamo) ed è concreto (come lo è la vita di tutti i giorni), ma nello stesso tempo esso è inafferrabile. Le varie immagini offerteci da questo mondo sono utili, ma non sufficienti a esprimere sino in fondo cosa sia il regno di Dio, proprio perché è di Dio e non nostro, quindi non umano e non esauribile su un piano puramente naturale. Per questo il regno di Dio può sempre sorprenderci; per questo è fonte di novità perenne; per questo genera in chi lo accoglie una gioia sovrannaturale. E’ un regno tanto concreto quanto impalpabile. Non lo si può definire semplicemente in base a delle regole (per cui, se tu ti comporti in un dato modo, se fai determinate scelte, allora vuol dire che sei certamente nel regno di Dio): quante volte per esempio nel nostro mondo cattolico assistiamo a incoerenze dolorose, mentre al di fuori dei nostri ambienti siamo spesso sorpresi nel vedere gesti di generosità e di altruismo. A volte, ci credono più gli altri, che non noi, nel fatto che la realtà possa riservarci delle soprese positive.

A noi è stato donato qualcosa la cui proprietà fa capo a Dio, il quale regna la dove non te lo aspetteresti.

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