DICIASSETTESIMA DOMENICA T.O. – ANNO C

“Signore, insegnaci a pregare!”. La domanda che i discepoli rivolgono a Gesù suona come un accorato appello affinché egli dia loro una bussola e una regola con cui orientarsi e disciplinarsi nel rapporto con l’Onnipotente. Il conseguente discorso di Gesù, così come Luca lo riporta, consiste nell’insegnamento di una versione del Padre Nostro  limata  rispetto a quella di Matteo (quest’ultima tradizionalmente usata dalla Chiesa durante la liturgia) e in una forte raccomandazione, espressa sia in forma di parabola, sia con parole dirette, a insistere nel pregare, a battere e ribattere nel chiedere a Dio ciò che si vuole.
Degli infiniti aspetti che, anche oggi, possono essere sottolineati a proposito del Vangelo ne evidenzio due.

Prima considerazione.
Nei vangeli Gesù non da numerosissimi insegnamenti sulla preghiera, non almeno quanti uno potrebbe aspettarsene dal fondatore di una comunità religiosa. Egli precisa però chiaramente alcuni atteggiamenti fondamentali, uno dei quali è appunto l’insistenza nella preghiera. Dalle parole di Gesù comprendiamo che Dio vuole essere “disturbato” dalle nostre suppliche e che non si indispone se noi lo prendiamo per sfinimento a forza di chiedere. Vengono qui in mente le parole di Saint Exupery ne “Il Piccolo Principe”, in cui l’autore a più riprese fa notare che il protagonista “non rinunciava mai a una domanda una volta che l’aveva fatta”. In effetti, è questo l’atteggiamento dei bambini, i quali ribadiscono alla nausea le loro richieste in modo assolutamente candido, senza porsi minimamente il problema dell’opportunità di tale insistenza, o del fatto che essa possa infastidire l’interlocutore.
Certamente, se Gesù ha sottolineato l’importanza del chiedere senza stancarsi mai, è perché sapeva che una delle tentazioni della preghiera consiste proprio nello scoraggiamento. Può capitare, infatti, che una o più persone chiedano delle grazie a Dio nella preghiera, magari anche per anni, senza apparentemente averne risposta. Oppure un cristiano può pensare che una determinata cosa sia troppo esorbitante da chiedere. Insomma, giusto o sbagliato che sia, è facile non partire nella preghiera, o, peggio ancora, scoraggiarsi e di conseguenza non solo smettere di chiedere quel dono particolare, ma addirittura smettere proprio di pregare.
Gesù conferma ai suoi che Dio è infinitamente buono e che lui solo è in grado di rispondere veramente alle esigenze dei suoi figli; pertanto essi devono saper osare nella preghiera. Dio infatti li considera quali figli e amici e, talmente li ama, che si obbliga a esaudirli, pur essendo libero da tutto e da tutti.


Seconda considerazione.
Parto da un domanda. Perché Gesù termina la sua esortazione alla preghiera dicendo che il Padre darà volentieri “lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono”. A noi, infatti, non servono forse delle cose concrete? Per esempio la guarigione da un malattia, il lavoro, la serenità, una casa e così via? Le parole di Gesù fino a un istante prima sembravano alludere a tutte queste esigenze pratiche. E allora perché concludere parlando del dono dello Spirito Santo?
Dicevamo che Gesù ha detto alcune cose fondamentali sulla preghiera, ma che esse sono limitate nella quantità. Ma allora come’è possibile che nella tradizione cristiana siano fiorite tante illuminanti esperienze spirituali che hanno coinvolto singoli e comunità; che siano stati scritti innumerevoli trattati sulla preghiera, uno più sapiente dell’altro; che ancora oggi nei monasteri uomini e donne si consacrino alla preghiera?
Si potrebbe rispondere che, mentre il Gesù terreno diede alcune indicazioni concrete, fissate negli scritti evangelici, aventi valore di linee guida immutabili, la Spirito Santo, Spirito di Cristo stesso e del Padre, ha proseguito l’opera di Gesù, ammaestrando dal di dentro, cioè dal profondo del cuore, generazioni di cristiani, affinandoli nell’arte della preghiera. Ogni battezzato infatti ha ricevuto in dono lo Spirito Santo ed Egli opera in ciascuno affinché questi sia capace di fare la cosa più semplice, la più corrispondente alla nostra natura umana, la più necessaria per noi: pregare.
San Paolo, per esempio, dice che nemmeno sappiamo cosa sia conveniente chiedere nella preghiera, ma “lo Spirito Santo viene in aiuto alla nostra debolezza intercedendo per noi con gemiti inesprimibili”. Comprendiamo così uno dei motivi per cui dobbiamo chiedere il dono dello Spirito Santo ogni  volta in cui ci accingiamo a pregare: perché Egli ci educhi nel chiedere, facendoci capire se ciò che chiediamo è la cosa giusta per noi e per gli altri. Potrebbe infatti non esserlo. Potrebbe trattarsi, perché no, di un capriccio, oppure di una grazia chiesta male; perciò Dio non esaudirà mai una preghiera contraria al nostro bene o espressa in modo che il suo contenuto non sia chiaro neppure a noi stessi. Qualora poi la cosa chiesta sia giusta, ma tardi a venire, allora il “Maestro Interiore”, cioè lo Spirito Santo, ci rafforza nell’intimo e ci consola dolcemente per aiutarci a non demordere, oppure ci illumina per aiutarci a vedere che Dio ci sta esaudendo davvero, ma in un modo diverso dalle nostre aspettative le quali, pur giuste e benedette, rischiano talora di essere limitate a causa dei nostri umanissimi punti di vista.

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