Diciottesima domenica T.O. – Anno C

“Anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni”.
Confesso francamente che spesso mi ripeto queste parole del vangelo quando, quasi istintivamente, cerco nelle ricchezze la risposta alle preoccupazioni della vita quotidiana. Gesù dice che bisogna stare attenti alla cupidigia, cioè alla tendenza presente in ciascuno di noi di legare il nostro destino ai beni terreni, come se essi fossero tutto. Certo, chi ha tante ricchezze rischia di più, perché cade più facilmente nella tentazione di confidare solamente in se stesso e nei propri averi, dimenticando sia Dio sia il prossimo. Ma in verità siamo tutti a rischio di soccombere sotto il fascino dell’avere, del possedere, del trattenere tutto ciò che ci capita a tiro come se ciò potesse risolverci la vita. Mi diceva l’altro giorno una persona di avere trovato tempo fa un portafogli per terra, pieno di denaro e di carte di credito. Ritenendolo suo dovere l’ha portato alla centrale dei vigili affinché il proprietario potesse tornarne in possesso. Ebbene, il vigile l’ha guardata meravigliato affermando che ormai molto raramente si dia il caso che un portafogli smarrito venga consegnato loro e comunque lo sia con tutte le sue banconote. Qui, secondo me, non dobbiamo cadere nei soliti luoghi comuni sul fatto che oggi le cose sono peggio di una volta, che l’uomo è diventato meschino e così via. Dobbiamo invece renderci conto che davvero la cultura dell’avere, del possedere ha avuto la meglio sulla cultura dell’essere. Oggi sei qualcuno nella misura in cui hai, in cui possiedi.
Se già all’epoca di Gesù, in un contesto sociale fortemente intriso di humus religioso, l’uomo poteva cadere nella trappola delle ricchezze, quanto più oggi in un’epoca in cui il denaro ha preso il posto di Dio?

Ora, il rendersi conto del problema è già molto. Tuttavia potremmo chiederci: come si fa a tornare alle sorgenti dell’essere? Come si può tornare a comprendere veramente che la nostra vita rifiorisce non grazie ai beni terreni (che sono senza dubbio importanti e utili), ma grazie ad altre realtà impalpabili e tuttavia assolutamente reali?
Se quella del ricco della parabola e se quella della cultura moderna, imperniata sull’avere, è una forma di fede, riposta nel denaro, nelle ricchezze, allora è chiaro che l’unica realtà che può risanare l’uomo è un’altra forma di fede, da contrapporre alla prima. E noi cristiani ce l’abbiamo: vera, concreta, profonda. La confidenza del ricco nei propri averi fa si che egli ne rimanga definitivamente imprigionato. Commenta a proposito efficacemente San Basilio: “Non voleva liberarsi da nulla, pur non riuscendo a immagazzinare tutto”. Invece, la confidenza del cristiano nel Padre celeste e nel Dio incarnato, morto e risorto per lui lo rende libero di utilizzare i beni di questo mondo “sempre orientato ai beni eterni”, come recitava la preghiera iniziale della messa di domenica scorsa. Decidere di voler anzitutto arricchire davanti a Dio è conseguenza dell’avere riconosciuto che tutto ciò che abbiamo è dono suo. Ciò fa nascere in noi fiducia e serenità e ci rende capaci di immaginare modi nuovi di usare delle nostre ricchezze, modi tali per cui gli altri ne sono resi attivamente partecipi da noi stessi. E’ per questo che, a mio parere (e come ritengo di avere già detto altrove), ovunque il vangelo arrivi e si radichi, in quella società aumenta anche il benessere materiale, mentre dove esso sia sconosciuto o abbandonato, viene meno anche la ricchezza terrena.

Se poi il cristiano, per dono di Dio e per scelta voluta, decide di approfondire in che senso la sua fede fa la differenza nella vita di tutti i giorni e perciò anche nel rapporto con le ricchezze, egli ha a disposizione le intramontabili riflessioni di San Paolo, una delle quali è contenuta nella seconda lettura. Il grande santo insegna che dobbiamo pensare alle cose di lassù, non a quelle della terra, laddove il verbo pensare non significa che dobbiamo stare con il naso per aria, ma meditare, radicarci interiormente, fissarci su beni invisibili ed eterni, che peraltro abbiamo già ricevuto, ma che di cui non abbiamo ancora il pieno godimento. Se il ricco della parabola dimentica stoltamente che la morte potrebbe arrivare da un momento all’altro, il cristiano crede e sa che per lui essa è già arrivata, che egli è già morto con Cristo e che è già risorto con lui. Crede che nel proprio cuore già abbondano grazie celesti capaci di bonificarlo e che possono dare senso, forza, orientamento alla sua breve vita terrena.

Queste parole possono sembrarci esagerate, persino dei vaneggiamenti. Ci pare impossibile che per noi le cose stiano davvero così. Per capire, almeno in parte, quanto dice San Paolo, possiamo riferirci a cosa accade quando due giovani s’innamorano. Le cose che prima sembravano importanti per ognuno dei due, ora impallidiscono di fronte alla straordinaria novità che sperimentano; d’ora in poi essi sono lietamente disposti a mettere in gioco tutto ciò che hanno e tutto ciò che sono per amore dell’altro, per realizzare insieme qualcosa di grande.

Ecco, così il cristiano: egli ha creduto all’amore di Dio e tale amore è diventato per lui, per lei una tale ricchezza, da costituire la realtà principale della sua vita, in base alla quale orientare tutto il resto, anche le ricchezze di questo mondo, le quali diventano ora l’occasione non per rinchiudersi in se stesso, dimentico di Dio e dei fratelli, ma per aprirsi al mondo, come ha fatto Gesù Cristo, il quale “da ricco che era si è fatto povero, per arricchirci per mezzo della sua povertà”, per citare ancora una volta il buon San Paolo.

Una risposta a “Diciottesima domenica T.O. – Anno C”

  1. Nuccia Maritano dice: Rispondi

    Grazie per questa ricca omelia che illumina la parola rendendola più vicina alla nostra vita terrena.

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