Domenica di Pasqua 2020 – Anno A

“Presto, andate a dire ai suoi discepoli: ‘È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”.

Nella narrazione consegnataci da San Matteo, l’angelo si rivolge con queste parole alle donne il mattino di Pasqua, mentre, davanti al sepolcro vuoto, egli sta seduto sulla pietra ribaltata. Udite tali parole, esse fuggono, con un misto di timore e di gioia e corrono a darne l’annuncio ai discepoli. Poco oltre, mentre sono per via, il risorto in persona viene loro incontro; Egli, dopo averle salutate, ribadisce loro “Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Non a Gerusalemme, città del grande tempio; non nella casa nascondiglio dove si sono rifugiati i discepoli (forse quella dell’ultima cena); non dunque là dove sono avvenuti i fatti più straordinari della vita di Cristo il maestro da l’appuntamento ai discepoli, secondo Matteo. Bensì in Galilea, là dove tutto era cominciato sulle rive del lago qualche anno prima con la chiamata dei primi quattro; là dove la maggioranza di loro era nata e conduceva la vita di sempre; là dove la gente era concentrata più sul lavoro, sul commercio e sugli affari, che non sulla religione. Là dove peraltro il maestro aveva manifestato se stesso sia in modi palesemente inauditi (compiendo tanti miracoli, uno fra tutti la moltiplicazione dei pani), sia in modi discreti e nascosti, come a Cana, nella quale aveva trasformato l’acqua in vino in un banchetto di nozze cui loro, i discepoli, avevano partecipato.

Forse Matteo vuole dirci che, per lui, la Pasqua deve toccare la vita di tutti i giorni; egli non cerca e non presenta situazioni ideali e idilliache per parlarci dell’incontro con Cristo risorto, ma preferisce additarci la vita abituale, cioè la vita quotidiana. Nel Padre Nostro, Matteo ricorderà che bisogna chiedere a Dio il pane quotidiano, che è certamente il pane necessario, il cibo concreto, ma è pure il pane celeste dell’eucarestia, anch’esso donato nel quotidiano. Se altri evangelisti ci aiutano a lasciarci sollevare sulle ali della Pasqua per vivere con lo sguardo orientato all’eterno, Matteo ci chiede di non distogliere lo sguardo dal mondo e di accettare la sfida di riconoscere il risorto presente nella vita volgare, volgare nel senso etimologico del termine, cioè del popolo, di tutti i giorni quindi. L’insistenza di Matteo ci spinge a pensare che i discepoli non hanno nessuna possibilità di vedere il risorto, fin tanto che non si decideranno ad andare in Galilea, cioè ad aprirsi all’esistenza così come essa è vissuta nell’ordinarietà.

Galilea è la nostra vita di oggi. Galilea sono le nostre case nelle quali viviamo da qualche tempo una coabitazione talora faticosa. Galilea sono le nostre strade semivuote e i nostri ospedali troppo pieni. Galilea sono i nostri “social” affollati da parole dirette a riempire un pesante vuoto di relazioni e di abbracci. Galilea sono i nostri dibattiti politici, le discussioni inevitabili tra parti sociali, le nostre scuole vuote e la nostra didattica a distanza. Galilea sono i cittadini che circolano con false autocertificazioni e i carcerati che rimangono in ogni caso dietro le sbarre.

Non possiamo rimanere a Gerusalemme, anche se lo vorremmo tanto. Cioè, non possiamo festeggiare la Pasqua nelle nostre chiese; non possiamo celebrare né eucarestie, né battesimi, né cresime. Mentre noi vorremmo (giustamente) rallegrarci e confortarci attorno all’altare, come a uno sfavillante fuoco da campo, la scelta operata da istituzioni civili ed ecclesiali ci obbliga stare in Galilea. Non è forse vero che spesso le campane della Chiesa risuonavano, il Maestro ci convocava e non vi andavamo, perché la Galilea ci piaceva tanto? Ora, invece che di Galilea siamo oltre modo sazi, vorremmo andare al tempio; ma questa considerazione rischia di portarci altrove. Torniamo a noi e chiediamoci: cosa possiamo fare in Galilea?

Ebbene, possiamo raccoglierci in umile preghiera in famiglia, nella modestia delle nostre abitazioni; possiamo esortarci a vicenda mentre ci telefoniamo per farci gli auguri; possiamo confortarci con le parole del vangelo; possiamo solidarizzare con i nostri vicini, specie se soli; possiamo rimanere aperti al mondo con la preghiera oltre che con l’informazione. Infatti, “là mi vedranno”, dice Gesù.

Vedere il risorto in Galilea è un dono che possiamo considerare ricevuto da parte nostra se la presenza di Gesù è per noi realtà consolante; se restiamo capaci di gesti di bene verso gli altri; se non ci perdiamo di fiducia neppure nei momenti più bui. Sono tutti segni del fatto che lo vediamo e non lo perdiamo di vista con gli occhi del cuore.

Tornerà il tempo in cui saliremo nuovamente a Gerusalemme per celebrare tutti uniti le lodi di Dio. Il canto echeggerà ancora nelle nostre chiese e ci rallegrerà. Cristo Signore ancora ci sazierà del suo pane, senza il quale né possiamo né vogliamo vivere. Tuttavia, guai a pensare che la momentanea assenza dei sacramenti e della liturgia (beni indispensabili, certo) possa impedire al risorto di raggiungerci, anzi di precederci nella vita quotidiana.

Aiutiamoci l’un l’altro a scoprire i segni della sua presenza che (non lo diremo mai abbastanza), ci precede e ci attende, per guidarci e sorprenderci con la sua gioia pasquale là dove scorrono i nostri giorni. “Non temete” figli miei, ci dice il maestro e Signore. “Non temiamo, perché tu sei con noi”, rispondiamo spiritualmente uniti noi discepoli, mentre abitiamo la “Galilea delle genti”.

 

 

2 Risposte a “Domenica di Pasqua 2020 – Anno A”

  1. Rosella gianotti dice: Rispondi

    Anche una volta grazie per queste Tue Parole confortanti che ci invitano a riflettere e a non abbandonare la speranza !!!!!!

    1. Emilio Gazzano dice: Rispondi

      che bello sapere di poter contribuire a non perdere la speranza, che è un grande dono, ma (come ricordava il papa è anche un diritto), specialmente per i nostri giovani!

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