Domenica fra l’ottava di Natale – Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – Anno B

Ecco il link alla liturgia di oggi

Quanti abbracci trattenuti, rimandati o persino negati in questo Natale! Le braccia delle persone, pronte a consegnare o a ricevere, a presentare o a sollevare sono rimaste distese lungo i fianchi, conserte nell’attesa, chiuse nel dolore. Come si fa a vivere senz’abbracci, senza che mani e braccia possano esprimere gli slanci e i desideri dei nostri cuori? Come si fa a guarire dalle malattie o resistere nei ricoveri senza che le mani si stringano e le braccia uniscano corpi e anime di quanti si amano? Vale per gli amici, ma vale soprattutto per le famiglie, a cui oggi la liturgia dedica una domenica speciale, ricordando l’umile e meravigliosa sacra famiglia di Nazareth, ricorrendo alla sua intercessione e invitando tutti a specchiare la propria storia nella loro, per scoprire sempre nuovi significati capaci di arricchire cristianamente l’amore familiare.

Tutte le letture di oggi possono essere meditate filtrandole con l’immagine delle braccia.

Simeone accoglie finalmente tra le braccia il figlio di Dio, mentre Maria e Giuseppe a loro volta glielo consegnano con le loro mani. La profetessa Anna la immaginiamo con le braccia alzate al cielo a benedire Dio per la venuta del Messia. Simeone profetizza a Maria che una spada le trafiggerà l’anima e noi la vediamo ai piedi della croce, con le braccia strette sul petto a trattenersi il cuore in procinto di scoppiare dal dolore per la sorte del Figlio, appeso a una croce con le braccia spalancate, senza poterle né volerle muovere dal legno.

E Giuseppe, falegname abituato a risolvere i problemi con le sue mani e le sue braccia, che vorrebbe forse sciogliere il grande mistero nel quale lui e Maria sono avvolti? Egli deve accettare di congiungerle nella preghiera e adattarsi a tenere, con quelle mani, le redini dell’asinello che, dopo averli accompagnati a Betlemme, tra poco trasporterà madre e figlio in Egitto, lontano da Erode, lontano dagli abbracci.

E Abramo, il grande Abramo? Quando Dio gli rivolge la parola, le mani di Abramo sono vuote perché non ha figli da offrire a Dio, ma quando Dio gli comanderà di sacrificargli Isacco, le sue mani e le sue braccia che l’hanno accolto come un dono immenso, dovranno deporlo sulla catasta di legna e separarsi da lui. Un attimo, un attimo soltanto, per lui, Sara e Isacco; ma un attimo carico di tutti i distacchi dell’universo, di tutte le situazioni presenti, passate e future, in cui gli eventi sembrano impedire definitivamente il compimento di una promessa fatta dalla vita a un essere umano. Quando cioè tutto sembra fallire e il tempo dell’abbraccio concluso per sempre.

Maria e Giuseppe dopo la presentazione al tempio se ne andranno con Gesù, il quale crescerà con loro, resterà a portata di mano e di abbraccio dei suoi genitori. Ma un oscuro presentimento rimarrà definitivamente impresso in loro, inseparabile compagno del luminoso mistero che li abbraccia sin dalle rivelazioni dell’angelo a Maria e a Giuseppe.

Maria e Giuseppe dovranno con ciò avanzare in quella via nella quale sono già campioni: la via della fede. La fede ha sorretto il loro amore; la fede ha permesso loro di accogliere Gesù nella loro casa; la medesima fede ha concesso Isacco in dono ad Abramo e alla moglie Sara e la fede li ha sostenuti nell’attimo del sacrificio del figlio; la fede ha animato Simeone e Anna nel tempio e la fede li ha resi capaci di vedere la presenza del Salvatore.

Non si dica che è fede cieca la loro, che tutti costoro abbiano rinunciato a capire. Avevano buone ragioni per credere a Dio e per obbedirgli e il fatto di non capire tutto e subito non era per nessuno di loro un buon motivo per smettere di fidarsi di Dio.

In tal modo giungiamo al fondamento primo tanto di ogni loro abbraccio quanto di ogni loro rinuncia a stringere ciò che, con spirito umile e riconoscente, pur avevano ricevuto in dono da Dio. Se infatti di una cosa ci parlano le letture di oggi, se a un aspetto ci richiama la festa della Santa Famiglia nell’anno B del ciclo liturgico, ebbene questa è la fede. Se giustamente, come dicevamo prima, dobbiamo rispecchiarci in loro, allora dobbiamo chiederci qual è l’anima dei nostri abbracci e quale verità ci sostiene quando dobbiamo rinunciarvi. Non v’è famiglia nella quale non si vivano entrambi gli aspetti e non solo in tempo di Covid. Non v’è persona che non sperimenti la gioia di quel dono e che non passi attraverso la dolorosa purificazione della rinuncia. Proseguendo dunque la riflessione da me proposta il giorno di Natale ribadisco la domanda, seppur sotto un’altra prospettiva: di cosa ha bisogno una famiglia per affrontare e superare tante prove se non della fede? Di cosa hanno bisogno i suoi membri per salpare l’ancora dal mare di un’emotività sì umana ma assai spesso superficiale, per riconoscere invece presente nell’altro un mistero incommensurabile e rapportarsi con lui con la misura di Dio, cioè abbracciando Cristo in lui? Quale altro ingrediente se non la fede in Cristo può svelare le contraddizioni di una famiglia e aiutarla a scoprire nuovi motivi di unione con la grazia di Cristo?

La certezza che Gesù è vicino è il fondamento della gioia della famiglia di Nazareth e la consapevolezza che “Il Signore è fedele al suo patto” (come abbiamo risposto al salmo) è il segreto della sua forza, qualunque cosa accada. Dio voglia che sia così anche per le nostre famiglie.

 

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