Epifania del Signore – 2021

Qui il link alla liturgia del giorno

In una parrocchia di mia conoscenza il giorno dell’Epifania il parroco e i volontari organizzavano ogni anno la “festa dei popoli”, alla quale essi invitavano esponenti di varie etnie straniere emigrate a Torino nel corso dei decenni a fare qualcosa di molto semplice: stringersi attorno all’altare per celebrare insieme l’eucarestia (era bello vedere quest’assemblea variegata e colorata pregare unita il Signore Gesù); poi pranzare insieme negli ampi spazi del sotto chiesa, dove ogni comunità offriva il proprio cibo tipico e lo condivideva con gli altri; e a  seguire canti e balli che duravano molte ore, al termine delle quali la gente se ne andava salutandosi con allegria.

Quell’evento ovviamente non risolveva i problemi e le tensioni sociali legate al tema dell’immigrazione (che all’epoca erano soltanto agl’inizi), ma costituiva un punto di saldatura che precedeva e superava ogni differenza. Ora, è evidente che anzitutto tale punto di congiunzione era la medesima fede in Cristo, in comune tra sudamericani, asiatici, africani ed europei.

All’inizio degli anni Settanta una star della musica incise un brano assai celebre ancor oggi. Quante volte da ragazzo l’ho ascoltato e pure cantato senza comprendere sino in fondo la portata delle sue parole. L’autore era John Lennon e il brano s’intitolava “Imagine”. Ispirato a una spiritualità lontanissima dal cristianesimo, egli cantava tra le altre cose: “Immagina che non ci siano più patrie / non è difficile da fare / nulla per cui uccidere o morire / e neppure alcuna religione / Immagina tutti i popoli vivere la vita in pace”.

La speranza di cui parlava John Lennon, sebbene a prima vista condivisibile, presta il fianco a numerose critiche, che però tralascio. Mi concentro su un aspetto soltanto, che ci collega alla solennità odierna e a quell’evento festoso di cui raccontavo poc’anzi. L’utopia proposta da John Lennon, infatti, è la ripresentazione di un sogno che l’uomo moderno si è convinto di poter realizzare, senza peraltro mai riuscirci, quello cioè di realizzare il paradiso in terra. Badiamo bene, però: il sogno è di realizzare un paradiso, cioè un mondo riuscito e felice, nel quale il male sia vinto definitivamente e gli uomini siano tutti fratelli tra loro, con le sole forze umane. Di realizzare cioè un mondo riuscito senza Cristo e quindi senza Dio.

È superfluo ripetere (come ho già fatto in passato) che tutti i tentativi titanici compiuti dall’umanità per raggiungere tale fine sono falliti miseramente uno dopo l’altro. Così come è pure evidente a tutti che l’ultima ricetta (in ordine di tempo) per la panacea universale è la scelta di selezionare l’ingresso a tale paradiso in base alle capacità economiche, paradiso fatto di gironi nei quali chi più ha denaro, più è vicino al centro.

Ora, nel giorno dell’Epifania celebriamo il manifestarsi della gloria di Dio a tutte le genti, rappresentate dai magi. Essi, attratti dalla bellezza di Cristo, affascinati dal suo mistero e convinti che in Lui risplenda la salvezza di Dio per gli uomini, convergono verso di Lui e inLui si scoprono uniti da un vincolo superiore a ogni altro legame di sangue o di cultura e tale vincolo è la fede nel Messia. Tutte le letture dell’Epifania ci proclamano che Dio, in Gesù suo Figlio, chiama tutti gli uomini a far parte di una sola famiglia, nella quale tutti si riconoscono figli di Dio in Cristo e perciò fratelli tra loro. L’Epifania non narra una semplice utopia, ma annuncia una profezia che si compirà nel corso dei secoli e inoltre getta una luce ulteriore su cosa sia la Chiesa: la comunità dei fedeli radunata da Cristo. Anzi, di più: il suo corpo sparso su tutta la terra, di cui ogni battezzato è membro vivo. La Chiesa è la visibilizzazione del grande progetto di unità che Dio sta perseguendo nel corso della storia. Sì, proprio questa Chiesa così fallibile e, ahimè, così sovente fallimentare. Dio infatti non fa come gli uomini: noi vogliamo realizzare il paradiso senza di Lui, mentre Lui non vuole farlo senza di noi. Per questo dico che le debolezze della Chiesa sono la prova che Dio realizza la nostra speranza tenendo conto di noi e coinvolgendoci sul serio. Lui non si limita a immaginare un mondo migliore, ma fa le cose concretamente e feconda con il suo Spirito la nostra carne debole e mortale per rivestirla di gloria divina.

Epifania dunque è il brillare di una luce folgorante e il manifestarsi di una forza superiore, in grado di convertire a sé tutte le genti affinché esse, trasformate dalla grazia di Cristo siano rese capaci di vera unità tra loro. D’accordo che tutto ciò sarà definitivamente possibile solo in paradiso: in questo senso la solennità odierna resta una profezia. Ma qualcosa può cambiare in meglio anche nella nostra travagliata storia mortale: è già accaduto e accadrà ancora. S’intende: solo con la grazia di Cristo e in vista di Lui.

 

 

 

 

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