Festa della Presentazione di Gesù al Tempio

(al posto della IV domenica del Tempo Ordinario: 2 febbraio 2020)

 

O direttamente o in televisione, tutti abbiamo ammirato almeno una volta l’imponente muro del pianto dove, a Gerusalemme, i pii ebrei si recano a pregare con grande fervore. Se si guarda anche semplicemente una foto, si rimane impressionati da quanto il muro s’innalzi e s’estenda davanti ai corpi dei credenti devoti: era davvero una costruzione massiccia, scaturita dalla fede e dai sacrifici del popolo ebraico da prima della venuta di Cristo. Forse non tutti sanno che esso costituiva il basamento dell’antico tempio di Gerusalemme, poi distrutto dai romani nel 70 dopo Cristo. Già, un momento: il muro del pianto non è il tempio, ma “semplicemente” la base su cui esso sorgeva. Ora, la domanda non può che sorgere: se tale e tanta era la dimensione della base, quanto doveva essere grande il tempio? Le ricostruzioni storico archeologiche lo descrivono alla perfezione e i disegni ad esse ispirati ci illustrano l’immagine di un luogo di culto veramente imponente. Lo era tanto più se pensiamo che fosse frutto di un popolo piuttosto limitato quanto a dimensioni, potere e ricchezze, di un popolo, anzi, che nella geografia politica delle varie epoche ha sempre contato poco. Eppure era l’unico popolo a credere nell’esistenza di un Dio unico, unico non solo per loro, ma per tutti; inoltre, Israele era convinto di essere il popolo eletto, scelto da Dio per preparare la venuta del Messia, il quale avrebbe governato su tutti i regni e avrebbe illuminato tutti con la sua parola. Un tempio di tali dimensioni sarebbe lecito aspettarselo soltanto nelle potenti capitali dei regni passati, come Ninive o Babilonia o altre ancora. E invece lo troviamo a Gerusalemme, capitale di un regno di provincia assai minuscolo. Quanto grande doveva essere la consapevolezza degli ebrei della propria elezione? Quanto grande doveva essere la loro attesa del Messia? Assai, per dare origine a un’opera del genere.

Così, quando Cristo arriverà al tempio portato tra le braccia da Giuseppe e Maria per essere offerto, Egli risponderà fisicamente all’attesa di generazioni di ebrei che in quel tempio avevano levato suppliche incessanti a Dio affinché venisse.

Tale incontro, però, avverrà, manco a farlo apposta, nell’umiltà e nel nascondimento: solo due, tra tutti i presenti, riconosceranno in Gesù il Messia atteso. Si chiamavano Simeone e Anna. Entrambi vecchi, entrambi votati totalmente a vivere perennemente nel tempio, notte e giorno, nella speranza d’incontrarvi un giorno il Salvatore d’Israele e la Luce delle genti. Forse alcuni li consideravano un po’ pazzi, forse molti scuotevano la testa davanti alla loro ostinata attesa; ma è a loro che Cristo si rivela e solo loro sono capaci di riconoscerlo. Come la luce di una fiaccola rallegra chi è nel buio, allo stesso modo i loro cuori gioiscono nel comprendere che quel povero e semplice fanciullo è l’inviato di Dio. Essi hanno talmente atteso Dio da diventare suoi familiari e amici, perciò lo riconoscono immediatamente al suo presentarsi.

Essi hanno imparato a leggere la storia (la loro e quella del popolo ebraico) con lo sguardo di Dio. Hanno imparato a leggerne tra le righe la misteriosa azione di Dio, hanno imparato a misurare tutto con il metro della fede: sono come candelabri ai quali manca unicamente una fiamma capace di accenderli e quando essa arriverà, non potranno che brillare di gioia.

Quaranta giorni dopo il Natale, l’antichissima festa della presentazione di Gesù al tempio completava il ciclo natalizio: per questo essa era tutta imperniata sulla luce delle candele e dei ceri, segni di Cristo, luce per illuminare le genti. La riforma liturgia ha rivisto un po’ le cose, ma tale festa è tuttora celebrata ogni anno e quando, come oggi, cade di domenica, essa prevale sulla liturgia che vi era prevista. Ancora una volta l’attesa quindi; ancora una volta la luce. Temi natalizi per eccellenza.

Eppure con le figure dei santi Simeone e Anna, tutto ciò non appare come una ripetizione, ma come un qualcosa di straordinariamente struggente: è struggente la loro attesa, è struggente il loro incontro con Gesù, sono struggenti le parole rivolte a Maria, alla quale Simeone profetizza un grande dolore, è struggente il silenzio di Giuseppe, è struggente la grandezza del tempio di Gerusalemme, grandezza di fede, prima che di pietre.

Se a Natale la luce di Gesù brillava in un’atmosfera emotivamente forte e calda, qui, essa brilla come potrebbe farlo la piccola fiamma di una candela: tenue ma decisa, tremante, ma per questo contemplata con ancor più trepidazione, piccola e pertanto protetta con le due mani messe a guscio perché il vento non la spenga.

Simeone e Anna sanno che questo bambino riempie il tempio come un gigante e inoltre compie la legge sino alla perfezione. Sanno che questo loro incontro chiude un’epoca e ne apre un’altra. Perciò prevedono e profetizzano che tutto ciò non avverrà senza dolori.

Ma la luce di Gesù nessuno potrà vincerla. Essa rivelerà ciò che sta nelle menti e nei cuori e, mentre rivelerà all’uomo chi è Dio, rivelerà a tutti cosa vi è nel cuore di ogni uomo: o le tenebre del peccato o la luce della grazia.

 

 

Lascia un commento