I giovani di fronte al mistero della vita

“Prof, perchè i giovani si suicidano?” La domanda echeggia nell’aula come una lama tagliente, come una doccia fredda. Ho appena terminato di compilare il registro elettronico e starei per iniziare la lezione, bella pronta e confezionata per loro. C’è un momento di silenzio nel quale le parole dell’allieva risuonano perentorie. Qualcuno dei compagni dal fondo, forse vedendo la mia faccia un po’ scossa, chiede: “eh? Come?” Lei ripete la domanda. Tutti ci meditano su. Anch’io. Mi arrampico dappertutto sulle lisce pareti del mio cervello, ma sento di scivolare ovunque. Ci provo: abbozzo una risposta partendo dal vuoto dei valori, dalla solitudine. Poi mi accorgo che la domanda ha anzitutto diritto di rimanere aperta e condivisa. La estendo a tutti e, miracolo, tutti si coinvolgono e tentano di dire la loro. Io anzitutto incamero la lezione e capisco forse per la prima volta che devo smetterla di trattare i ragazzi come dei contenitori da riempire e considerarli per quello che sono: persone da aiutare a crescere. Chiedo a quali fatti stiano facendo riferimento: mi dicono, ai tre suicidi di altrettanti ragazzi avvenuti dalle nostre parti nel giro di poche settimane.
Uno per uno parlano, raccontano e provano a dare la loro spiegazione: fragilità psicologica, delusioni amorose, difficoltà della vita. Alcuni dicono che è una scelta stupida, altri che non si può sapere, non si può giudicare, altri che oggi pare tutto così difficile. Interagisco con loro e provo a far filtrare le mie letture, le quali nascono dalla convinzione che purtroppo viviamo le conseguenze di un mondo senza Dio, ma è evidente che tali considerazioni sono troppo lontane dal loro modo di sentire. Loro però si raccontano, si aprono, dicono anche un po’ le loro fatiche di giovani: li ringrazio per la fiducia e la stima, che mi colma di stupore. Mi colpisce alla fine della lezione l’affermazione di uno, solitamente un po’ ritroso, secondo cui è contento di avere avuto questo confronto. Suona la campanella e ce ne andiamo tutti a casa: i ragazzi, forse, un po’ più leggeri e io sicuramente lieto di questo piccolo successo.
Ma la domanda continua a risuonare in me: perchè i giovani si suicidano? Vado a cercare sui giornali e ricostruisco i fatti: parliamo di ragazzi di 12, 16, 18 anni. Parliamo di famiglie distrutte, di sgomento e di una società sguarnita di fronte a cose del genere. Su ogni giornale i commenti abbondano. Ma non trovo la chiave per tornare sull’argomento con gli allievi a scuola, giacché ritengo opportuno farlo. Apro La Voce e il Tempo, settimanale diocesano, che ricevo ogni settimana,  e trovo un interessante articolo di don Domenico Cravero (1). Tra le altre, una cosa mi fa riflettere: dobbiamo provare a far ragionare non tanto sul perchè si muore, ma sul perchè si nasce. Si, è vero, questo è il punto. Mi risuonano alla mente parole lette tempo fa, non so dove: “Il problema per gli uomini non è avere una ragione per cui morire, ma una per cui vivere”. Decido di provarci. Torno in classe, riassumo la lezione precedente, nella quale è stato affrontato un argomento assai importante e pongo la domanda alla rovescia: “La vostra compagna, la volta scorsa, mi ha chiesto perchè  i giovani si suicidano. Ora provo io a farvi un’altra domanda: – Perché siete nati?-” Torna il silenzio, misto a facce stupite, un po’ incredule. “Beh, prof, siamo nati e basta!”. “Si – dico io – ma vi siete mai chiesti cosa ci state a fare qui? Perché ci siete?”. Capiscono la posta in gioco, perchè sono tutt’altro che sciocchi. Uno di essi dice: “Prof, noi siamo qui per caso”. Qualcun altro:”siamo qui per vivere e avere dei figli e far vivere anche loro…”. “Si, ma perchè fare tutta questa fatica?”. “Prof, non c’è un perchè: è così e basta”, aggiunge un’altra. Trascorre molto tempo, qualcuno si rende conto che le risposte sono complessivamente un po’ superficiali, che forse si dovrebbe tentare di dire altro. Non arrivo a far dire loro ciò che vorrei sentire. Non importa. Conta il fatto che un’altra domanda sia stata aperta, più positiva e responsabilizzante per ciascuno di loro.
Qualche giorno dopo tento di estendere la medesima riflessione ai compagni di un’altra classe, di pari età: anch’essi erano al corrente dei fatti e ne erano risultati scossi. Chiedo: se un domani un vostro figlio o figlia vi chiedesse: “Papà, mamma, perchè mi avete messo al mondo?”, voi cosa rispondereste?. Una ragazza, molto pratica e simpatica, risponde: “Gli direi che l’ho fatto per un mio bisogno”. Le controbatto: “Ti pare che possa bastare?”. Con un po’ d’incertezza mi risponde di si. Confido che un giorno comprenda che le sue parole erano tanto sincere quanto insufficienti. Altri rimangono su un livello superficiale: “Prof, è così e basta: è la vita”. Mmm, penso tra me che bisognerà lavorare molto in questi anni! Due ragazze alzano la mano e, con un po’ d’imbarazzo, prima una e poi l’altra trovano il coraggio di dire davanti al resto della classe: “Io però sin da bambina mi sono chiesta perché esisto”. Coraggio signori: anche nel cuore di questa generazione ci sono delle vie aperte verso il mistero dell’esistenza. Spalanco le braccia di fronte a queste parole e difendo le due “sentinelle” dai commenti dei compagni, apparentemente banali, ma forse, sotto sotto, invidiosi di non avere avuto il coraggio di confessare la propria umanità. La partita è solo agli inizi: ciò che conta è che un giorno  questi ragazzi facciano goal, magari anche grazie all’assist di qualche adulto il quale  ha avuto il privilegio di accompagnarli lungo un tratto di strada.

(1) Domenico Cravero, Guardare la morte, amare la vita, in La Voce e il Tempo, 15 aprile 2018, pp. 14-15 https://www.vocetempo.it/guardare-la-morte-e-amare-la-vita/

6 Risposte a “I giovani di fronte al mistero della vita”

  1. Bellissima domanda….su cui io nel mio piccolo ho avuto modo di riflettere per diverso tempo, arrivando alla fine a una conclusione: la nostra vita ha un senso solo se si riesce ad essere di aiuto verso qualcuno non importa se siano i tuoi figli, tuo moglie, il tuo amico o qualsiasi altra persona. L’importante nella vita non è avere tanti soldi, ma riuscire ad essere di aiuto a qualcuno che ha bisogno!!!! Credetemi che quando ci riuscite, vi sentite le persone più ricche del mondo.
    Quando ci riuscite capirete il perché siete nati! Evviva l’amore per il prossimo e per la vita….

    1. Emilio Gazzano dice: Rispondi

      Ti credo! Alle tue parole forti e sincere, permettimi di aggiungere, caro Adriano, che se poi, facendo questo riconosciamo che è l’amore di Cristo a spingerci misteriosamente verso l’altro è che ancora Lui ci aspetta nell’altro, allora li per noi, in un semplice gesto, si uniscono il cielo e la terra.

  2. Ascoltare e confrontarsi con i giovani è sempre un piacere…e ad un certo punto ti chiedono cosa senti tu,come vivi tu..i giovani hanno bisogno di adulti che ascoltano e non hanno paura di confrontarsi con le loro debolezze ma con le loro certezze.Bella la tua esperienza…..buon lavoro prof!!!!😉

    1. Emilio Gazzano dice: Rispondi

      Grazie Daniela, si vedo proprio che se uno si mette in atteggiamento di ascolto loro si aprono e fanno emergere delle parti nascoste e belle, che forse essi stessi non conoscono

  3. Antonino La Mendola dice: Rispondi

    Lontano da Dio non ci puo’ essere vita. Nei momenti difficili non bisogna dimenticare che Dio e’ con noi e che ci tiene per mano. Tutto il resto non conta…

    1. Emilio Gazzano dice: Rispondi

      Averlo capito è fondamentale, Antonino. Ma i nostri giovani oggi sono un po’ lontani da questa convinzione: prima di non dimenticarlo, come dici giustamente tu, bisogna averlo imparato da qualcuno.

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