L’Eucarestia è cruciale (21ª Domenica T.O. – Anno B)

Eccoci al punto finale, al punto cruciale, vale a dire alla scelta che i discepoli dovranno fare, alla posizione che dovranno inevitabilmente assumere rispetto alle parole di Cristo, al quale già si era contrapposta tutta la sicumera dei giudei di Cafarnao.
O Cristo è un folle, oppure è divino. Ma che sia un folle, è tutto da dimostrare. Infatti al processo davanti a Pilato, lo faranno passare per malfattore, mentendo; ma folle no, almeno non nel senso comune, umano. Cristo dal canto suo non fa nulla per ammorbidire le cose, lo abbiamo già notato la volta scorsa e così i discepoli devono esporsi, devono scegliere. D’altra parte l’Eucaristia, frutto della passione, morte e resurrezione di Cristo, è, parafrasando San Paolo, il definitivo e immutabile “si” di Dio agli uomini. E’ conseguentemente giusto che davanti all’Eucaristia, momento comunitario per eccellenza, ognuno faccia la sua scelta. Quanto Giuda farà nell’ultima cena, cioè (secondo tutti e quattro gli evangelisti) tradire Gesù, è già preannunciato alla fine del discorso di Cafarnao: ” – Ma tra voi vi sono alcuni che non credono -. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito”.
Alcuni dei discepoli tentano un’auto difesa, come racconta l’evangelista: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Ma neppure di fronte a loro Gesù cede, anzi. E così molti dei suoi tornano indietro, lo abbandonano.
L’Eucaristia traccia una linea di confine tra i discepoli, ma un confine che a mio parere si pone a due livelli. L’uno, evidente, tra quanti la scelgono e la frequentano (in quanto scelgono e frequentano il maestro) e quanti invece no: questi ultimi decidono che possono fare a meno di lui, adducendo spesso molte ” valide” scuse. L’altro, non pienamente visibile all’esterno, tra quanti rimangono con Cristo, ma non lo hanno realmente scelto, non vi credono veramente (e proseguono in una finzione invisibile ai più, ma ben nota al Padre) e quanti invece anelano a lui, lo amano, pur consapevoli della loro povertà. Costoro sono ben rappresentati da Pietro, il quale ha il coraggio di rispondere con il cuore in mano alla domanda del Maestro: “Volete andarvene anche voi?”. Il suo: “Signore da chi andremo?” ha un che di struggente, ha un sapore del tutto attuale se collegato alla crisi dell’uomo contemporaneo, il quale paga la sua autosufficienza con un senso diffuso di mancanza di punti di riferimento, specie nei giovani.
Ora si vede bene come la domanda del “dove prenderemo il pane” sia maturata in un “da chi andremo”; ora una persona, Cristo, ha preso finalmente il posto delle cose. Ora i discepoli che lo scelgono hanno iniziato a imparare la difficile arte del leggere tutta la realtà in Lui e per Lui, arte che sarà pienamente esplicata nella vita eterna, dove tutto sarà in Cristo e per Cristo rivolto al Padre, ma che oggi va faticosamente appresa perché grava sui discepoli il difficile compito di iniziare a trasformare il mondo secondo lo stile e lo spirito dell’Eucaristia. Ecco perchè molti di loro se ne vanno: perchè non vogliono a loro volta diventare pane per altri, non vogliono lasciarsi attirare in una comunione nella quale, per trovarsi, bisogna perdersi, per possedersi bisogna donarsi, per vivere bisogna imparare a morire.
Tutto ciò è rappresentato e ripresentato al vivo in ogni eucaristia, che diviene pertanto ogni volta il luogo di una decisione da prendere e da ri-prendere, a tutti i costi. Non perchè l’eucaristia sia una sorta di tribunale, ma perchè essa è il talamo dell’amore nuziale tra Cristo e i suoi, sino al banchetto delle nozze eterne. Beati perciò quanti possono dire con Pietro: “Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e riconosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

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