L’Eucarestia è divinizzante (20ª Domenica T.O. – Anno B)

“Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Ecco, Gesù non solo non può essere il Figlio di Dio, ma non è neppure più il noto compaesano di Galilea. Ora è divenuto un “costui” qualunque, uno stolto, uno straniero, uno che non condivide il nostro modo di pensare e le nostre abitudini. I compaesani, giudei, conoscono le Scritture, ciò che Dio vuole e anche ciò che ci si può aspettare da lui. Sono cioè dei sapienti, grazie a Dio. Mentre invece questo correligionario spariglia le carte, esce dal seminato, perchè pretende di darci la sua carne da mangiare! “Come può”? “Come”, si chiedono. Hanno già fatto un passo oltre al dovuto nei confronti di Dio. Il problema è semmai “se” egli può, ma non “come”. Perché, di fatto, se può, allora sarà anche in grado di trovare il modo. E se tutto ciò è vero allora bisogna ammettere che Dio opera in lui. Ma siccome ritengono inammissibile tale ipotesi, passano subito all’attacco. Che mania, quella di avere troppa fretta nell’ascoltare, quella di avere già catalogato colui che ci parla senza dargli né tempo né modo di esprimersi. Al lavoro, in famiglia, nella comunità cristiana, in breve tempo si confezionano degli schemi ai quali, per comodità, ognuno è ricondotto, nel bene e nel male. E così si spengono i doni che Dio manda tra noi mediante le persone spesso più modeste, meno valutate.
Ora, pensate che Cristo si lasci intimorire da una tale reazione? Nient’affatto. Egli addirittura rincara la dose. Dopo avere chiaramente asserito che “il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”, incurante dell’aspra reazione dei giudei, incalza: “Se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. Vedremo più avanti a cosa condurrà la scelta di Cristo di non abbassare la guardia, di non cedere per riguardo neppure un istante. Ora piuttosto lasciamo da parte gli avversari di Gesù per concentrarci sulla versione “positiva” delle sue parole. Pertanto affianchiamo, all’ultima citazione, alcune altre di seguito: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”, “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna… rimane in me e io in lui”, “Colui che mangia me vivrà per me”, “Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
Giovanni, come un’aquila, sta volteggiando intorno al mistero eucaristico, sempre più in alto e ad ogni cerchio della spirale che va tracciando con le sue ali ci aiuta a cogliere aspetti nuovi di parole già udite, almeno in parte, nelle scorse domeniche. Qui, oggi, ci viene svelato che l’Eucarestia ha un potere tanto nascosto quanto immenso, quello cioè addirittura di divinizzare coloro che vi si accostano con fede. Infatti, i commensali del banchetto partecipano a tal punto alla vita di Dio da risuscitare ad una condizione non solo finalmente immortale, ma anche di inseparabile unione con il Signore. E allora, poiché tutto ha una logica, essi sono divenuti un tutt’uno con Dio. Ma, si badi bene, alla luce del vangelo, essi lo sono già qui su questa terra, benché permangano in una condizione di umana fragilità.
Anche se a noi non pare, siamo appassionatamente chiamati da Colui che ci ha creati all’unione con Lui: questo è il fine della nostra vita.

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