L’Eucarestia è vitale (18ª Domenica T.O. – Anno B)

Di che cosa abbiamo bisogno per vivere? Anzitutto del cibo, è ovvio: se non mangiamo moriamo. L’istinto innato di succhiare al seno della madre è l’impulso fondamentale che la natura fornisce al neonato affinché viva. Inoltre, l’esperienza dell’alimentazione rimarrà costitutiva per ognuno sino al termine dei suoi giorni. E’ perciò lungimirante, realistico, geniale che Gesù passi attraverso questa insostituibile esperienza umana per aprirci le porte della comunione con Dio.
Tuttavia, il cibo terreno conosce due limiti: è deperibile, e soprattutto non può consentire ad un organismo vivente (in questo  caso umano) di vincere la battaglia contro la morte. Noi, figli della generazione dei mega centri commerciali, dei frigoriferi e dei freezer siamo abituati all’abbondanza di cibo, per cui rischiamo addirittura di non cogliere fino in fondo quanto dovessero risuonare provocatorie le affermazioni di Cristo, rivolte all’epoca a gente che doveva lavorare duro per godere dei frutti della terra e per conservare quanto faticosamente ottenuto. In ogni caso, anche noi possiamo comprendere cosa comporti la scadenza di un prodotto e cosa significhi andare alla ricerca di cibi ricchi per esempio di proprietà antiossidanti e via discorrendo. Dunque, vedete? E’ normale, anche se spesso inconsapevole, cercare dei cibi che allontanino il più possibile nel tempo la fine del nostro corpo.
Ebbene, che dice Cristo? Tra le altre cose ammonisce: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”. Il suo cibo quindi non conosce i due limiti suddetti, per nulla. Esso rimane, non deperisce e inoltre esso conferisce una vita immortale.
Ascoltate queste parole, chiediamoci: che cosa andiamo cercando noi? Un cibo per vivere un poco più a lungo? Nel senso di prolungare questa vita terrena così come a noi piace? Se siamo onesti, in molti di noi dobbiamo rispondere di si. E se ciò è  vero, allora possiamo comprendere tutta la tensione del  capitolo sesto di Giovanni, in cui da una parte vi sono i giudei, i quali non vogliono abbandonare un livello di comprensione tutto terreno, dall’altra vi è Gesù il quale vuole offrire la vita eterna a persone che non vogliono capire che quest’ultima è più importante di quella terrena.
Qualcuno tra gli astanti si avvicina a tale intuizione e lo esprime cosi: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?» Cioè, come ci si può immergere in questo modo di pensare, di vivere in cui al centro vi è Gesù, Pane del cielo e non noi con i nostri bisogni soltanto?  La risposta di Cristo è semplice: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Basta credere a Cristo affinché scorra in noi questa vita nuova che ci viene comunicata con l’Eucaristia? Tutto qui? Tutto qui. Ma come: secoli e secoli di sacrifici animali e umani, di templi, di riti, di danze sacre, per ottenere il favore divino e tutto può essere affrontato con un semplice atto di fede? Si, tutto qui. L’eucaristia è rito, è sacrificio, è tempio del corpo di Cristo, è danza, è grazia. Tutto l’umano è riassunto e rinnovato. Questo è pane vivo e vero che sazia all’infinito.
Ma come è possibile? Ebbene, Cristo precedentemente aveva affermato: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4, 34). Un Uomo che si nutre di Dio in tutto ciò che fa non potrà altro che trasferire la vita che lo abita nel cuore di colui che Lo accoglie. Purché questi, nel momento in cui apre la bocca per saziarsi del pane eucaristico, spalanchi il cuore a “Colui che discende dal cielo e da la vita al mondo”.

Lascia un commento