Mercoledì delle Ceneri

“Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai”.
Con queste parole tratte dalla Bibbia il ministro cosparge con la cenere il capo del penitente che, in fila dietro agli altri, si presenta in chiesa oggi per iniziare con tutta la Chiesa il lungo e solenne itinerario quaresimale, dedicato alla penitenza e alla conversione, cioè a chiedere perdono a Dio dei nostri peccati e a cambiare le abitudini contrarie al vangelo.
Se, a causa degli impegni di lavoro e di famiglia, non tutti i cattolici riescono a recarsi alla funzione liturgica delle ceneri, tutti però possono viverne lo spirito e iniziare idealmente insieme a tutti gli altri la quaresima: basta comprendere bene il senso del richiamo biblico liturgico di cui sopra.
La “polvere” di cui si parla è segno non tanto di sporco (come quella che si deposita sui mobili delle nostre case) quanto piuttosto di fragilità, di debolezza, di incapacità a darsi la vita da soli: in breve, di mortalità; e quindi, della morte stessa.
A prima vista potrebbe sembrare un rito “troppo” antico, retaggio di un tempo nel quale in chiesa non si faceva altro che ripetere ai fedeli che erano solo dei peccatori e che dovevano costantemente temere il castigo di Dio e di sprofondare un giorno nelle fiamme dell’inferno. Si tratterebbe dunque di una grossolana svista nella riforma liturgica del messale romano di San Paolo sesto?
A ben vedere, non è così. Anzitutto perché la morte fa parte della nostra vita, presenza costante accanto e attorno a noi, che noi altrettanto costantemente fingiamo di non vedere. In secondo luogo perché la fragilità ci caratterizza a tutti i livelli: fisico, psicologico, sociale, morale e spirituale. In terzo luogo perché la Quaresima è una preparazione alla Pasqua, nella quale si fa memoria della sofferenza e della morte che Cristo ha affrontato e sofferto per noi, a nostro vantaggio, vincendole solo dopo averle “bevute” fino alla feccia.
Perciò vi è una parola che può riassumere quanto andiamo dicendo e che può essere assunta come idea guida nella nostra personale conversione quaresimale. Questa parola è: “mortificazione”.
La vita quotidiana ci offre continue e pressoché infinite occasioni grazie alle quali morire a noi stessi e al nostro io dominante, occasioni con cui noi possiamo fare spazio agli altri e a Dio, lasciandoci un poco abbassare dalle nostre pretese e dal nostro orgoglio, sopportando le piccole e grandi umiliazioni (leggi: “mortificazioni”) come salutari potature della nostra anima.
Ognuno di noi, in cuor suo, sa quanto bisogno ha di prendere le distanze dal proprio orgoglio, di smettere di pensare soltanto a se stesso per aprirsi a chi è nella necessità e ai raggi salutari e benefici della grazia di Dio, la sola in grado di liberarci dalle catene delle nostre mortifere abitudini di male, per quanto piccole possano essere.
Tacere quando veniamo ripresi, scusare quando gli altri sbagliano, non attribuirsi il merito di un’opera anche quando è vero: quante piccole e contemporaneamente altissime vette possiamo scalare tutti i giorni abbracciando la via della mortificazione.
Ma, attenzione, se ci fermassimo qui non avremmo ancora colto sino in fondo la logica di questa necessaria e vitale “mortificazione”. Essa avrebbe infatti ancora il sapore di un’ecologia dello spirito che in nulla o in poco ci distinguerebbe dai lodevoli penitenti di tante altre religioni. Il cristiano infatti scegli volutamente questa via anche e soprattutto per unirsi a Cristo, per condividere con Lui la Sua sofferenza e la Sua morte. Perché il cristiano ama Cristo e non può sopportare l’idea di lasciare che Egli muoia e soffra da solo. Il fedele, divenuto amico di Cristo, vuole tenergli compagnia non solo nella gioia e nella risurrezione, ma anche nel buio della passione e della morte. Se infatti non ne siamo stati capaci a Gerusalemme quando ciò accadde al Cristo terreno, lo Spirito Santo ce ne rende capaci oggi, in cui Cristo è segretamente presente sia nei nostri cuori, sia nel fratello che ci vive accanto. L’evangelista Giovanni, nel capitolo 11 del suo vangelo, esprime questa grande verità mettendo in bocca all’apostolo Tommaso queste parole: “Andiamo anche noi a morire con Lui” (cioè con Cristo).
La quaresima è un andare a morire con Cristo, giacché qualsiasi vita offerta diversamente, senza cioè passare dalla Sua passione e dalla Sua morte, per noi non ha alcun significato.
San Pio da Pietralcina diceva con grande tenerezza: “Gesù, fa che ti aiuti a portare quella croce pesante pesante…. ma più piccina non te la potevano fare?”.
E’ una mortificazione intrisa di tenerezza, paradosso che solo l’amore può comprendere ed abbracciare.

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