Ottava Domenica del T.O. – C

Quanto spesso e quanto volentieri oscilliamo tra la presunzione di conoscere come stanno le cose da una parte e la superficialità nel valutare la realtà dall’altra. La quasi innata tendenza a soffermarci più volentieri sui difetti altrui che non sui nostri fa il pari con la frequente ricerca di guide brillanti a cui delegare la fatica di capire le cose e di scegliere quale posizione prendere di fronte ad esse. Per non dire poi che la consapevole dimenticanza delle nostre tare personali va a braccetto con la fretta nell’esprimere il nostro personale parere nei riguardi di chi può avere sbagliato.
Quale può essere dunque il filo conduttore della serie di affermazioni contenute nel vangelo odierno? Vi troviamo infatti una parabola a riguardo di due ciechi, un maestro e un discepolo, poi l’invito a verificare se stessi anzitutto, infine un riferimento ai frutti, dai quali si evince la natura dell’albero, come criterio esemplificativo per valutare la bontà di un cuore.

Il vangelo ha l’intento non soltanto di aiutare chi lo ascolta a riconoscere la verità su di sé e sul mondo, ma anche di invitarlo a sintonizzare la propria esistenza su tale verità, così come uno strumento si lascia accordare per poter suonare adeguatamente in un’orchestra. Ora, proprio tale accordatura, tale sintonizzazione, non può essere data per scontata. Anzi, il rischio è che, quanto più ci si auto-definisce “religiosi”, tanto più ci si illuda o addirittura si finga di essere sintonizzati e cioè inappuntabili, ineccepibili. Il filo conduttore di quanto andiamo dicendo è perciò l’autenticità di una persona, caratteristica che non può assolutamente essere data per scontata; a tal punto che, nel libro del Siracide si afferma: “Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”. Luca lui pure, nel riportare i detti di Gesù sull’albero e sui suoi frutti pare non voler utilizzare questi ultimi come allusione alle opere di una persona, ma piuttosto alle sue parole. E’ come se Gesù dicesse: “se ascoltate bene ciò che uno dice, lo potete valutare senza vedere le sue opere concrete, perché in fondo le parole che escono da una bocca sono già esse stesse un’opera sufficiente per rivelare all’esterno (quando si ha un orecchio attento) il bene o il male presenti nel cuore di un uomo.
Perciò il discepolo di Gesù dovrà avere due caratteristiche importanti. Anzitutto, dovrà costantemente vigilare su se stesso, per vagliare la propria autenticità: se per caso la malizia e la presunzione non siano nascostamente presenti in lui. Egli potrà accorgersene se per esempio si sorprenderà a pronunciare parole di giudizio nei confronti di un fratello, segno che un’erba cattiva sta crescendo in lui (la quale va immediatamente estirpata) e che dovrà pazientemente sottoporre il suo intimo a un terapeutico bagno nella misericordia divina mediante la preghiera, la confessione, la penitenza.
In secondo luogo dovrà costantemente vigilare sugli altri, per vagliare la loro autenticità, mantenere la soglia dell’attenzione alta, per non farsi prendere in braccio da falsi maestri e per non liquidare il prossimo con facili valutazioni, talvolta illusoriamente positive, talaltra falsamente negative.
Mediante le parole di questo vangelo e l’efficacissima immagine della pagliuzza e della trave, certamente il Maestro vuole sollecitarci a tenere aperto il cuore nei confronti del fratello, badando a noi stessi piuttosto che ai suoi errori. Per conseguenza ovvia, proprio questo sforzo interiore presuppone di non chiudere la mente, bensì di purificarla meditando costantemente gli insegnamenti di Cristo e della Chiesa, così da aprirla ad una comprensione della realtà altrui più profonda e autentica di quanto solitamente siamo disposti a fare.

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