Piuttosto che?

Desidero segnalare all’attenzione di chi legge un’espressione impostasi negli ultimi vent’anni all’interno dello sfaccettato panorama della lingua italiana.

Anzitutto, per ogni approfondimento a livello linguistico di quanto segue, rimando al bell’articolo di Ornella Castellani Polidori apparso sul numero 24 de La Crusca per voi nell’aprile 2002[1] e facilmente rintracciabile su internet al sito dell’ Accademia della Crusca.

In questione, nel mio breve intervento, è lo scorretto utilizzo del famoso “piuttosto che”, compiuto attribuendo a tale espressione valore disgiuntivo (cioè come se fosse una o), cattiva abitudine in voga da almeno un paio di decenni e ormai usato con disinvoltura anche da coloro che in teoria dovrebbero rivestire un ruolo di orientamento culturale nella società, quali giornalisti, insegnanti, politici.

Non v’è intervento televisivo, né intervista, né purtroppo lezione scolastica, nella quale gli addetti ai mestieri non utilizzino (spesso con fare snob) detta espressione per mettere sullo stesso piano contenuti assai diversi tra loro, indicandoli come eguale l’uno all’altro.

In tal modo, mentre in passato piuttosto che era utilizzato, correttamente, per contrapporre con forza due elementi, indicando la preferenza di chi parlava per l’uno a scapito dell’altro (svolgendo perciò una cosiddetta funzione avversativa) oggi ormai è stato appiattito al rango di uno scaffale del supermercato, sul quale prodotti diversi sono esposti (apparentemente con eguale valore) alla scelta del consumatore, al quale spetterà il giudizio finale, in base ai suoi propri criteri personali.

Ritengo utile rifletterci un istante giacché sono convinto che sia importante la posta in gioco, ben oltre quello che si potrebbe vedere con un primo frettoloso sguardo.

Prima di tutto, consideriamolo da un punto di vista linguistico. La Polidori, nel succitato articolo, afferma che tale utilizzo del piuttosto che, non solo è improprio, non solo è scorretto, ma addirittura è inammissibile e prosegue: “Se quest’ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio”.

Faccio un esempio: stamattina, ascoltavo la radio mentre viaggiavo in auto quando, durante le notizie del meteo, l’esperto spiegava che sulla regione Marche si sarebbero verificate lievi nevicate sulla zona collinare piuttosto che su quella in riva al mare. Come andava inteso? Che avrebbe nevicato su tutte e due le zone, oppure solo su quella rivierasca? Dall’inflessione della voce e dalla proprietà generale di linguaggio del meteorologo ho dedotto che stava usando correttamente il “piuttosto che”.  Ma avrei potuto benissimo pensare l’incontrario, applicando l’uso adesso in auge.

Evidentemente non va bene: qualcosa non funziona. Infatti, è chiaro che un’incertezza nella comunicazione genera una corrispettiva incertezza nell’azione e una distorsione nel linguaggio produce un’equivalente distorsione negli effetti. E tutto questo perché? Perché, afferma ancora la Polidori, vi è stata una “progressiva banalizzazione portata fino alle estreme conseguenze, cioè fino al totale azzeramento della marca di preferenza che storicamente compete al piuttosto che (e che nell’italiano corretto continuerà a competergli)”.

 

Ed eccoci a noi, al secondo aspetto in gioco. Poiché, come asserisce con un’intelligente battuta l’attuale direttore del museo egizio di Torino Christian Grieco, ”il linguaggio è il migliore dei sismografi”[2], parlare di banalizzazione di una lingua significa chiamare in causa coloro che, con il loro modo di utilizzarla, ne sono la causa. Se le informazioni del succitato intervento della Polidori sono corrette (e non v’è dubbio che lo siano), tale debito va attribuito a una generazione (quella degli anni ’80 e ’90) molto lontana, anzi ormai totalmente estranea, alle forti contrapposizioni ideologiche della generazione precedente (per la quale forse il “piuttosto che” poteva essere invece idealmente equiparato a un’asta con la quale conficcare saldamente nel terreno la bandiera delle proprie convinzioni). Una generazione dunque, disillusa dalla storia, più concentrata su di sé e sui propri individuali interessi che su quelli di un gruppo di appartenenza. Una generazione incline al cinismo e per conseguenza all’appiattimento dei valori, misurabili unicamente sul metro di ciò che è consumabile. Una generazione i cui figli oggi pagano lo scotto del vuoto in cui sono nati e cresciuti, ripagandolo tra l’altro con un’aggressività e una disgregazione sociale spesso sconcertanti.

Forse penserete che io stia attribuendo un eccessivo carico a una distorsione linguistica di limitate proporzioni, di cui peraltro molti addetti ai lavori attendono il tramonto. Resto tuttavia convinto che essa sia la spia di un malessere che non è anzitutto  legato a un’ignoranza grammaticale, bensì a quella che definirei una vera e propria malattia spirituale, la quale sempre più spesso si manifesta nell’incapacità di esprimere giudizi chiari, preferenze personali concrete, direi in una sorta di paralisi della capacità critica, ma la cui natura va tuttavia ricercata più in profondità.

Una figura autorevole, qualche anno fa diagnosticava tale malessere come “relativismo”. Anzi, spingendosi oltre, parlava di una “dittatura del relativismo”, a causa della quale posizioni ferme in merito a principi e valori sono percepite come antiquate e addirittura condannate come intolleranti.

Dietro questo forzato “o, o”, dietro quella che ritengo una subdola banalizzazione dell’atto del decidere, una continua negazione lessicale dell’importanza, anzi della necessità di compiere quotidianamente delle scelte, a mio parere non si nasconde semplicemente la realtà di una società psicologicamente adolescente e sociologicamente liquida (come efficacemente la definiva Baumann): senza che ce ne accorgiamo, il nostro linguaggio mostra di essere figlio di un’epoca caratterizzata dalla negazione pratica della possibilità che esista la verità e che essa possa essere ricercata, scoperta e vissuta. Abituarsi a considerare tutto sullo stesso piano, infatti, implica che tutto abbia il medesimo peso, con la conseguenza che infine, tale egualitarismo, produrrà come effetto un  valore di ogni cosa pari a zero.

Qualcuno ricorderà gli intercalari tipici degli anni 80’, mi riferisco ai “cioè”, ai “niente” (pronunciati con la e larga che somigliava ad una a), insieme alle caricature, ad opera di una primissima Littizzetto, dei suoi allievi frequentanti le scuole della barriera torinese. A mio parere, lì stava trovando espressione anche a livello linguistico il vuoto di cui parlo, dapprima strisciante e dopo imperante, a livello culturale e sociale.

Speriamo che a poco a poco il nostro abusato piuttosto che torni in compagnia dei suoi veri amici: anziché e invece di. Speriamo che la ricchissima lingua di cui siamo portatori sprigioni rinnovatamene le sue potenzialità, prendendosi, perché no, qualche rivincita sulla superficialità e magari anche sull’inglesismo imperante. Ma speriamo che una sana carica ideale, che l’energia rivitalizzante del vero, del buono e del bello, torni a fare capolino in una lingua e in una cultura la quale li ha trovati, allevati a lungo e in seguito esportati ovunque nel mondo.

Speriamolo, sì. Ma rendiamoci anche conto che molti di noi rimbalzano da un piuttosto che all’altro senza badarci, semplicemente assumendo la lingua così come ci è fornita da chi sta sopra o intorno a noi. Si può capire, per un verso. Ma non si può del tutto giustificare: se usassimo, infatti, un po’ di logica, comprenderemmo immediatamente l’ambiguità dell’espressione e, pur senza necessariamente preoccuparci della sua provenienza, potremmo facilmente intuirne le conseguenze, come dicevo a livello culturale e sociale.

A mio avviso bisogna imparare a vigilare sulle parole, perché da esse e grazie alla loro mediazione, tanto abbiamo realizzato il mondo in cui viviamo, quanto abbiamo la possibilità di entrare in relazione con esso.  Di conseguenza, è proprio partendo dal nostro linguaggio che potremo iniziare a migliorare un mondo di cui siamo autori e responsabili.

 

[1] Ornella Castellani Polidori, Risposta al quesito della signora Miriam Ianieri di Roma sull’uso di piuttosto che con valore disgiuntivo, in La Crusca per voi, n° 24, aprile 2002.
[2] in La Voce e il Tempo, I Musei fabbriche della conoscenza, 4 marzo 2018, pag. 12-13

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