Prima Domenica d’Avvento – Anno A

Ogni anno, il tempo d’Avvento sfocia in quella scena di grande tenerezza della nascita di Gesù a Betlemme (efficacemente rappresentata nel presepe), ma inizia con il richiamo ai giorni ultimi della vita terrena dell’intera umanità, quando Cristo tornerà quale giudice glorioso della storia; scena drammatica, nella quale veniamo richiamati all’estrema serietà della vita. L’Avvento ci scuote dal torpore nel quale cadiamo tutti a causa del ripetersi del quotidiano, con le sue pesantezze; ci risveglia dalla superficialità nella quale rischiamo di crogiolarci, poiché le continue distrazioni ci fanno dimenticare la vita dell’anima. L’Avvento ci dice che la nostra esistenza è caso serio; non solo la nostra, ma anche quella di ogni uomo. Noi siamo avvertiti del fatto che a ogni istante c’è in ballo qualcosa di più dell’istante stesso e che, per conseguenza, il modo con cui decidiamo di viverlo avrà ripercussioni nell’eternità; noi sappiamo che ogni attimo che passa è gravido di un futuro immortale, è capace cioè di ospitare la presenza e l’azione di Dio, la quale si mescola con la nostra, l’accompagna e la porta a compimento. Dunque, il tempo dell’Avvento per il cristiano è principalmente il tempo della vigilanza, perché in ogni attimo Dio si aspetta da noi impegno e concentrazione: perciò è tempo di estrema serietà. Inoltre, l’Avvento è il tempo della letizia, della tenerezza, perché Dio viene a visitarci a ogni minimo istante, desideroso di accompagnarci in tutti i momenti della nostra esistenza. All’inizio dell’Avvento prevale la convinzione che nella storia umana è presente una forte tensione: la nostra storia non finirà con la morte dei singoli esseri umani e con la distruzione dei cieli e della terra, ma confluirà nella vita eterna, non prima però di essere stata giudicata da Cristo. Alla fine dell’Avvento invece prevale il ricordo della nascita di Cristo e dunque di una calma e di una pace, senza le quali non siamo in grado di reggere quella tensione.

La pace del presepe ci aiuta a vivere serenamente il presente, mentre la serietà del giudizio ci spinge a rapportare il presente al futuro che verrà, a cercare incessantemente il collegamento tra ciò che viviamo e ciò in cui crediamo, a chiederci qual è il modo più evangelico di interpretare un amore o un dolore, qual è la scelta giusta da fare in una data situazione concreta. Quest’attimo non solo è degno di essere vissuto perché Cristo si è fatto uomo (e con ciò ha dato valore al singolo istante), ma deve essere vissuto come l’avrebbe vissuto Lui e deve essere orientato a Lui, il quale è il senso e il fine di tutte le cose.

Tutto ciò ha delle grandi ricadute sulla realtà, delle quali rilevo due. Anzitutto, il cristiano è depositario di grande speranza. Il suo tempo, infatti, è aperto all’infinito. Egli sa che tutto passa, ma sa ancor più che tutto quanto trascorre, confluirà nell’eternità, per la grazia di Dio. Egli sa che Dio viene verso l’uomo, sa che il destino di ognuno dipende certo dalle scelte del singolo, ma sa anche che Dio ama l’uomo e lo guida e lo sostiene nel compierle. In secondo luogo, il cristiano, indotto per fede a raccordare ogni istante a Dio, al modo di pensare di Cristo e al suo Vangelo, è obbligato a chiedersi come esso vada vissuto. Così, senza quasi accorgersene, riceve le chiavi dell’esistenza, riesce cioè a dare un significato alla vita così come essa è, nel concreto di ogni giorno; il Vangelo lo illumina, lo sospinge, lo rassicura, perciò il cristiano non solo sa quello che fa, ma sa anche per quale ragione ultima lo sta facendo.

Dobbiamo renderci conto che tutto ciò non è poco, anzi. L’uomo contemporaneo è spesso deluso e privo di speranza. Se pensa di avere un futuro, esso gli pare incerto, corto, pesante e persino pericoloso. Ciò fa sì che egli abbia paura di vivere e di amare, paura di coinvolgersi e di progettare, per esempio di sposarsi e di avere dei figli o abbracciare una vocazione di dedizione totale ai fratelli. In secondo luogo, l’uomo di oggi fa tante cose, anche troppe, ma alla fin fine non sa più per chi e perché le fa. Tutto (oppure tanto) appare vacuo, privo di significato, inutile; non esiste una verità che illumini l’esistenza e dunque non esiste neppure un senso che la renda caldamente degna di essere vissuta.

Per tali ragioni, tra tutti i tempi liturgici offertici dalla madre Chiesa, il tempo d’Avvento è foriero di contenuti particolarmente importanti per l’uomo del terzo millennio. Rendiamoci perciò conto, quali cristiani, che viverlo è per noi condizione di privilegio, ma anche compito da assolvere, a vantaggio di quanti, accanto a noi, vagano alla ricerca di significato e di speranza.

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