Prima Domenica d’Avvento – Anno B

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A ragione don Luigi Giussani insisteva nel dire che l’uomo è per struttura “attesa”, cioè che egli è sempre in attesa di qualcosa o di qualcuno che gli dia un senso, una speranza; siccome poi tale attesa non è mai finita, siccome l’uomo non è mai sazio, si può davvero affermare che l’uomo è “mendicante d’infinito”. A ben pensarci, tutta la storia umana può essere interpretata come ricerca di qualcosa d’altro che l’uomo spera di raggiungere; il che significa che l’uomo si è sempre atteso qualcosa o dall’ambiente che lo circondava o dal futuro verso il quale camminava. Tutta la storia dell’arte, tutta la filosofia, tutta lo sviluppo scientifico tecnologico è ricerca e perciò stesso è attesa di qualcosa di ulteriore. Anche la vita personale è, in fondo, attesa e quindi mendicanza. Attesa di una parola, di un incontro, di un saluto, di un lavoro e così via. Quanto è forte, in tempi di pandemia, l’attesa di poter riabbracciare o rivedere una persona cara?

Quale insegnante di religione, affronto spesso questo tema con gli allievi, i quali sulle prime sono ostici, ma poi la maggioranza di essi comprende. Sono ostici per due motivi. Il primo è che sono assai spesso figli del nichilismo, cioè di quella visione filosofica, culturale e sociale della quale siamo tutti impregnati, secondo la quale non esiste nulla di certo, nulla di vero; non esiste nulla per cui valga veramente la pena né vivere né morire. Il nichilismo esistenziale, poi, ha generato un fatalismo generazionale per cui tutto va male, l’uomo si sta destinando da solo alla rovina e c’è poco da fare ormai; entrambi gli atteggiamenti mentali (che spesso sono una scelta di comodo) nascono dall’aver negato completamente la concezione dell’uomo come essere che attende. La conseguenza di tale negazione per l’uomo moderno ha comportato e comporta un grande vuoto dunque, che non sappiamo più come colmare. Il secondo motivo per cui sono ostici è che essi sono figli di un mondo la cui visione di sé è prettamente materialista, che affronta in maniera solamente materiale questioni che scaturiscono anzitutto da ciò che in profondità costituisce l’essere umano come tale e lo differenziano dal resto del creato, una delle quali è appunto l’essere come attesa.

Di tutto ciò sto parlando perché siamo appena entrati nel grande tempo dell’Avvento, la cui natura è proprio l’essere tempo dedicato a risvegliare nel cuore dei credenti la tensione dell’attesa verso il compimento ultimo della storia, che avverrà al momento del ritorno di Cristo.

Il vangelo ci esorta a stare pronti e a vegliare, perché non sappiamo quando il Signore verrà. “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!” ribadisce Cristo ai suoi discepoli. Ora, che il mondo moderno non si attenda più nulla a causa di una visione erronea della realtà, oppure che abbia piegato tale attesa quasi esclusivamente alle cose materiali (e quindi alle proprie cose, alla propria autorealizzazione) può non stupirci. Il problema, però, è che spesso noi cristiani ne veniamo pesantemente contagiati e così noi, che dovremmo essere per tutti una sorta di richiamo a quell’attesa di cui parlavamo all’inizio; noi che inoltre dovremmo essere sempre vigilanti come delle sentinelle nell’attesa del nostro amato Signore; proprio noi ci troviamo a giacere nei medesimi pensieri e nei medesimi atteggiamenti adottati dai nostri contemporanei (tutti apparentemente veri, ma in realtà spesso solo accomodanti).

Si verificano in tal modo due conseguenze a carico anzitutto di noi cristiani. La prima è che anche noi rischiamo di non attendere più nulla. Viviamo sapendo che prima o poi la morte ci coglierà, ma non sappiamo più nulla di cosa sia attendere vivamente e gioiosamente il Signore Gesù. Non siamo più capaci di fare della nostra vita una preparazione umile, quotidiana e costante all’incontro con Lui. Non sappiamo più dare voce (a nome nostro e di tutti gli uomini) a quel grido che risuona in ogni cuore, grido mai pienamente appagato perché solo Dio lo può ascoltare sino in fondo e lo può trasformare in canto di gioia. La seconda è che, impercettibilmente, un giorno dopo l’altro, scivoliamo in un atteggiamento in forza del quale noi lavoriamo magari anche alacremente alla realizzazione di progetti e di opere con i quali tuttavia cerchiamo di realizzare il nostro regno (umano e solo umano) dimentichi del fatto che noi dovremmo invece anzitutto invocare la venuta del regno di Dio e di questa riconoscerci umili collaboratori. Diamo dunque spazio alle nostre attese trascurando di dare spazio alla grande attesa. Ciò accade sovente non perché facciamo cose contrarie o lontane dal regno di Dio. In fondo, infatti, quale opera umana (purché moralmente retta) è lontana dal regno di Dio. Ciò accade piuttosto perché mentre compiamo quell’opera dimentichiamo totalmente di farla con l’intenzione di lavorare per il Regno.

L’invocazione del Padre Nostro “venga il tuo regno” rimane dunque una preghiera fine a sé stessa, che non cambia il nostro modo di pensare e vivere. Essa invece rappresenta la volontà di Dio di venire nell’ultimo giorno e nello stesso tempo la sua disponibilità a visitarci ogni giorno. Essa ci ricorda che siamo strutturalmente attesa, fatti per vivere nella comunione con Dio in Cristo, l’unico capace di risvegliare in noi l’attesa e darci la forza di sostenere la fatica della sana e santa tensione che per ogni discepolo tale attesa comporta.

 

 

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