Prima domenica d’Avvento – anno C

Il tempo d’avvento pare il più semplice da vivere, tra tutti i tempi liturgici. Costruire il presepe, addobbare l’albero, acquistare regali per le persone care, organizzarsi in modo da vivere la festa del giorno di Natale con i parenti intimi, fare qualche gesto benevolo verso qualche persona sola o bisognosa. Il tutto in un’atmosfera di calore, serenità e pace, almeno per quanto possibile. Niente di male in tutto questo, anzi. Tutte queste cose, oltre che belle per chi le vive, sono certamente altrettanto gradite a Dio, il quale gode della nostra gioia. Ma non bastano. Non solo perché tutte queste cose spesso vanno a scontrarsi con il ben noto consumismo che tenta di avvolgere il Natale tra le sue spire oppure stridono nelle situazioni di persone sole, per le quali il Natale diviene purtroppo occasione di maggior sofferenza. Non bastano soprattutto perché la natura del tempo d’avvento è più ricca, più densa di significato di quello che di solito gli riconosciamo.

Mi direte: non è forse più che sufficiente fare memoria della nascita di Gesù a Betlemme, Lui che è figlio di Dio e figlio di Maria? Ci mancherebbe ancora: infatti, se guardiamo alla ricchissima  liturgia del 25 dicembre, scopriamo che essa è tutta incentrata su tale evento. Tuttavia, almeno nelle intenzioni di Santa Madre Chiesa, l’avvento è anche il tempo nel quale ci ricordiamo tutti insieme che noi stiamo aspettando il ritorno di Gesù dal cielo. Di più: siccome lo amiamo e lo desideriamo più di ogni altra cosa, lo preghiamo insistentemente affinché Egli venga presto a salvarci, a visitarci e a prenderci con sé.
Siamo onesti: siamo tutti talmente attaccati alla nostra vita terrena (che sarà anche “una valle di lacrime”, ma tutto sommato le piangiamo volentieri) che non ci verrebbe mai in mente di pregare in tale maniera. Eppure la preghiera liturgica ce lo fa ripetere insistentemente nelle prime domeniche d’Avvento: “Maranatha – Vieni Signore Gesù”. Parole prese a prestito dal libro dell’Apocalisse di Giovanni, le quali testimoniano l’anelito dei primi cristiani nei confronti della vita celeste.
Difficilmente invece noi consideriamo il tempo dell’avvento anche come il tempo dell’attesa della venuta finale di Cristo nella gloria.
Eppure una cosa dovrebbe esserci ben chiara: dal momento in cui Dio Padre ha mandato il suo figlio Gesù sulla terra, ha detto e dato tutto quello che aveva. Gesù è l’ultima e definitiva parola di Dio su se stesso e sull’umanità. Perciò, logicamente, è chiaro che dal momento dell’incarnazione di Gesù (per intenderci, dal Natale) sono iniziati i tempi ultimi, è iniziata la fine della storia. Non importa se questi tempi durano un anno o centomila anni. Sono comunque tempi ultimi perché, di fronte a Gesù, l’uomo deve prendere necessariamente una posizione e questa posizione diviene definitiva davanti a Dio. Ecco perché Natale e Ritorno finale di Gesù sono due facce della stessa medaglia. Ecco perché l’avvento è necessariamente qualcosa di più che uno sguardo rivolto al passato: è un attendere il ritorno di Cristo dal cielo, è uno sguardo diretto anche al futuro.
Ciò che dico non basta: vi sarebbe altro da dire a proposito del senso in cui la venuta di Gesù è di fondamentale importanza e inoltre bisogna anche analizzare che cosa significhi concretamente vivere il tempo d’avvento alla luce di queste considerazioni. Tuttavia il tempo è tiranno, per cui mi limito a riportare alcune parole tratte dal vangelo odierno che, spero, possano essere ora meglio comprese: “State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.
Per esempio: forse non siamo dissipati, forse non siamo dei beoni, ma gli “affanni della vita”, di cui parla Gesù, non rischiano forse di annebbiare in tutti noi quella spinta verso il futuro con la effe maiuscola, quella tensione vitale verso Cristo unico Signore della storia di tutti e di ciascuno? Ma se noi cristiani perdiamo sapore, con che cosa verrà insaporito il mondo? Se noi cristiani perdiamo di vigore, dove troverà forza il mondo?
Se poi il modo con cui la parola di Cristo si sta realizzando nella storia pare fallimentare, se cioè ci pare che il male prevalga e i cristiani siano sempre meno e sempre più in difficoltà dovremo farci forse intimorire? Non hanno fatto così forse anche con Gesù? Poche settimane dopo la sua nascita, già Erode mandava ad uccidere tutti i bambini di Betlemme per colpire lui, il temuto Messia.
Tutte queste cose, però, gl’impediranno forse di tornare vincitore? Gesù pare avere compreso in anticipo queste prove che oggi viviamo, perciò si premura d’incoraggiarci con parole di grande speranza: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.

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