Prima Domenica di Quaresima – Anno C

“Noi chiediamo al Padre nostro di non « indurci » in [tentazione]. Tradurre con una sola parola il termine greco è difficile: significa « non permettere di entrare in »,  « non lasciarci soccombere alla tentazione ». « Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male » (Gc 1,13); al contrario, vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta « tra la carne e lo Spirito ». Questa domanda implora lo Spirito di discernimento e di fortezza” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2846).

E’ di recente approvazione la nuova traduzione in italiano al Padre Nostro, con la quale chiederemo a Dio di “non abbandonarci nella tentazione”, al posto della versione attualmente ancora in uso nella quale imploriamo il Padre di “non indurci in tentazione”, traduzione letterale quest’ultima del testo latino, tuttora ufficiale nella liturgia cattolica, di “ne nos inducas in tentazionem”. Lasciamo agli esperti tutte le considerazioni utili e necessarie a favore dell’una o dell’altra versione (entrambe inevitabilmente imperfette) e prendiamo atto che nella preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli è considerata una realtà della quale oggi si parla raramente e ormai soprattutto in termini che poco hanno a che fare con una visione religiosa della realtà. L’idea della tentazione, infatti, oggi è collegata a quel prodotto di marketing che la pubblicità ti invita a comprare; è quella mela mezza mangiata scelta come marchio di una nota azienda di computer; è una provocazione che devi avere il coraggio di permetterti se vuoi essere à la page. E’ un: “lasciati tentare!” da questo o quel prodotto.
L’idea della tentazione è così collegata all’avere, non all’essere. Non ugualmente nel vangelo, nel senso che, in esso si vede bene che le tentazioni sopportate da Gesù passano sì attraverso l’avere, il successo, il potere, ma che mediante esse qualcuno vuole sapere chi Egli sia e, qualora Egli sia veramente il figlio di Dio, invitarlo a rinnegare la propria natura, perdendo se stesso e quindi il proprio essere.
Quanto sia stata dura la battaglia per Cristo, quanto avanti egli abbia voluto spingersi nel provare sulla sua pelle la potenza insidiosa della tentazione non ci è dato saperlo. Sappiamo solo che egli digiunò molto a lungo al fine di potersi avvicinare a sperimentare la nostra debolezza umana (quaranta giorni, dice il vangelo) e che alla fine “ebbe fame”, cioè fu veramente debole ed esposto alle insidie della tentazione. Gesù era avvertito più di noi che l’intento della tentazione non era anzitutto di regalargli un nuovo ruolo nell’universo e neppure di renderlo padrone del mondo, ma semplicemente di separarlo da Dio e (siccome Dio è la sorgente della vita) condurlo alla morte. Sappiamo infine che Cristo nel deserto ha vinto con una vittoria netta e decisa, a vantaggio suo e nostro, seppur una vittoria non definitiva. Da questa prima vittoria sul male noi conosciamo che Egli è veramente il Figlio di Dio, giacché nessun uomo, da Adamo in poi, era stato in grado di sostenere frontalmente la lotta contro la tentazione ed averne la meglio.
A proposito di conoscere e di sapere chi siamo veramente, il su citato Catechismo riporta una frase di Origene, antico teologo, il quale dice: « Dio non vuole costringere al bene: vuole persone libere […]. La tentazione ha una sua utilità. Tutti, all’infuori di Dio, ignorano ciò che l’anima nostra ha ricevuto da Dio; lo ignoriamo perfino noi. Ma la tentazione lo svela, per insegnarci a conoscere noi stessi e, in tal modo, a scoprire ai nostri occhi la nostra miseria e per obbligarci a rendere grazie per i beni che la tentazione ci ha messo in grado di riconoscere » (CCC n. 2847).
Ciò cosa significa? Significa che la tentazione è il luogo in cui la verità di noi stessi viene a galla, in cui siamo costretti a riconoscere tutta la nostra debolezza e incapacità a resistervi. Tuttavia Dio non permette che ciò accada per consegnarci alla disperazione, ma al contrario, per insegnarci a sperare in lui sempre, nonostante e anzi proprio a partire dalla nostra fragilità, che Egli ben conosce in quanto è Dio, ma che Egli ha pure condiviso fino in fondo in quanto uomo, senza peraltro spingersi sino al peccato.
E’ spesso tipico dei giovani cristiani (quando siano davvero convinti grazie a Dio della loro fede) l’essere molto sicuri di sé e delle proprie idee sul mondo, sulla Chiesa, sugli altri. Col passare degli anni però, protetti dalla grazia di Dio, essi attraversano la prova di molte tentazioni e di molte cadute, in forza delle quali vengono spogliati delle loro false certezze e imparano tra l’altro a distogliere lo sguardo dagli errori degli altri, dal momento che hanno conosciuto se stessi, la propria condizione di esseri contraddittori e hanno imparato a confidare unicamente in Dio, rimanendo costantemente sotto il suo sguardo di tenerezza e di verità. Le numerose tentazioni, le lotte perse e quelle vinte, hanno insegnato loro a ringraziare Cristo per le vittorie e a gettarsi ai suoi piedi per le sconfitte, convinti ormai unicamente di Lui e della sua giustizia. Non tutte le prove che hanno incontrato erano tentazioni (per esempio una malattia è una prova, ma non necessariamente una tentazione, mentre un’improvvisa ricchezza costituisce certamente una fonte di tentazioni), ma vuoi mediante le une, vuoi mediante le altre, la grazia di Dio li ha convinti a riconoscere che il cammino verso la piena libertà è pieno di insidie, è continua lotta, nella quale è all’opera una presenza misteriosa di male che li precedeva, li sorvegliava, li insidiava e spesso li seduceva; ma poi ogni volta li abbandonava a se stessi. E ogni volta in cui, nella loro colpevole solitudine, gridavano a Dio, Egli li raggiungeva, in quei deserti dell’anima nei quali suo Figlio si muove con destrezza ed esperienza, per offrire loro un sorso d’acqua fresca e tendere loro la mano per ricondurli a casa.
Quei giovani, divenuti maturi, diverranno semplicemente persone più consapevoli, quindi più umili e perciò finalmente capaci di quell’atteggiamento che solo ci rende veramente liberi: l’obbedienza a Dio. D’altra parte non è così che Cristo ha vinto il demonio, cioè con il resistere nell’obbedienza a Dio?
Solo dopo avere imparato anche noi la difficile arte dell’obbedienza potremo finalmente rimanere accanto a Dio in modo libero e responsabile.
Dobbiamo metterci tutta la nostra buona volontà e soprattutto tanta preghiera, sicuri della nostra fragilità, ma ancor più della fedeltà di Dio.

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