Quarta Domenica d’Avvento – Anno B

Qui il link alla liturgia di oggi

All’uomo contemporaneo pare che parlare di obbedienza nei confronti di Dio sia improprio e che in ogni caso una simile obbedienza sia contraria alla nostra libertà. Per alcuni Dio non esiste, per altri esiste ma non ha nulla a che fare con questa vita, per altri esiste e deve intervenire in aiuto dell’uomo, per altri ancora egli deve rimanere fuori dai giochi terreni, altrimenti limita o addirittura ostacola il nostro libero arbitrio.

Alla luce di tutto ciò non stupisce che oggi sia così difficile dare regole, rispettarle e farle rispettare, a tutti i livelli: politico, sociale, economico, educativo e così via. Se l’Altro con la A maiuscola è ritenuto un antagonista (proprio Lui che invece dovrebbe essere l’origine e il garante di tutto), allora è inevitabile che anche tutto il resto del mondo possa essere considerato da me come un limite ai miei diritti.

La necessità di obbedire alle regole è teoricamente capita dalla maggioranza, ma si tratta di qualcosa di puramente formale e di limitato a quella specifica situazione. Noi, figli e nipoti della rivoluzione culturale del ’68, noi che abbiamo operato un taglio con le nostre radici culturali e che a un certo punto della nostra storia abbiamo deciso che non dovevamo rendere conto delle nostre azioni e decisioni a nessuno al di fuori di noi stessi, fluttuiamo oggi nel vuoto insieme alla nostra vana libertà, convinti come siamo che l’obbedienza è una zavorra. Non stupisce che sia così difficile educare le nuove generazioni, perché dove si è rinnegato il passato è impossibile costruire il futuro e chi non ha voluto obbedire prima, non può pretendere di essere ascoltato dopo.

Così l’obbedienza è accettata come condizione temporanea e passeggera limitatamente alle situazioni in cui siamo coinvolti, in famiglia come a scuola, al lavoro come nelle istituzioni. Essa è considerata una condizione, di cui l’uomo capisce la necessità (poiché non è stupido), ma non è più una dimensione dell’esistenza. Una “dimensione” della vita è ben di più di un requisito formale, è qualcosa che ci alimenta interiormente. Tra l’obbedienza come condizione e l’obbedienza come dimensione passa la stessa distanza che c’è tra il leggere il mio nome in un documento burocratico e il sentirlo pronunciare da una persona che mi ama. L’obbedienza come dimensione è la conseguenza logica e pratica dell’attesa vissuta da una persona: ognuno di noi attende qualcosa o qualcuno e vi obbedisce, appena l’incontra.

L’obbedienza era la dimensione primaria dell’esistenza di Maria: obbedienza verso Dio, anzitutto, verso il quale era orientata tutta la sua attesa e di conseguenza obbedienza verso gli eventi e le persone mediante i quali era chiaro che Dio la guidava e la sosteneva, alcuni piacevoli come la visita dell’angelo, altri meno come la necessità di recarsi sino a Betlemme per il censimento proprio al termine della gravidanza.

Per coloro che, come Maria, sanno vivere l’obbedienza come atto d’amore e la ritengono la garanzia di un giusto e santo compimento del proprio destino, gli eventi si dividono non in brutti e cattivi, ma si classificano a seconda di quanto attraversi di essi si realizzi o no il volere di Dio. Per costoro, massima libertà è offrirsi al servizio di Dio quanto più completamente possibile. Siccome essi, infatti, sono convinti che Dio è il bene sommo e supremo per loro quanto per gli altri, tali persone giudicano un atto di obbedienza a Dio come il massimo compimento del loro destino e quindi della loro libertà.

No, la situazione culturale lontana da Dio nella quale viviamo oggi (e quando va bene pasticciata da tanti surrogati pseudo spirituali), non aiuta a collocarsi nell’orizzonte biblico e teologico nel quale solamente l’obbedienza di Maria può essere capita, in certo senso invidiata e soprattutto imitata.

Un cristiano però, con l’aiuto di Dio, può ricevere la grazia di comprendere un aspetto così capitale per la nostra fede. La fede stessa, come ricorda San Paolo nella seconda lettura, è obbedienza, perché è un ascolto che si traduce poi nei fatti, non per dovere, ma per amore. D’altra parte, a chi e a che cosa sarebbe servita la nascita del Redentore (di cui tra pochi giorni festeggeremo la ricorrenza) se quanti si sono inginocchiati per adorarlo non lo hanno poi abbracciato e imitato? E inoltre: con cosa ci ha salvati Cristo, se non con la sua obbedienza?

Maria obbediente è stata la casa di Cristo e Cristo obbediente è stato la casa di Dio. Se vogliamo anche noi appartenere a quella casa, a quella dimensione dell’esistenza nella quale sentirci pienamente liberi e compiuti, cioè a casa, la strada è quella dell’obbedienza, coerentemente con la nostra attesa di essere visitati dal Redentore per essere consolati con il dono di una vita nuova, degna di essere vissuta.

Le nostre (forse) inevitabili disobbedienze di uomini moderni e comunque di figli d’Adamo non solo non devono essere per noi motivo di mera vergogna. Ciò sarebbe troppo poco. Se la provvidenza le permette forse è anche perché, attraverso di esse, vuole guidarci a comprendere dove stia la vera libertà e che significato debba rivestire l’obbedienza per un fedele.

Possiamo guardare alle nostre piccole o grandi disobbedienze, sì arrossendone come fece Davide (citato nella prima lettura), ma anche trasformandole in occasione per crescere e ributtarci tra le braccia di un Dio talmente innocente e semplice da vincere tutte le nostre paure perché solo un bimbo riesce a far emergere dal cuore di un adulto ciò che egli tiene nascosto al mondo, vuoi per prudenza, vuoi per timore.

 

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