Quarta domenica del T. O. – C

Non si può dire che Gesù Cristo non goda ancora in Europa di una certa stima. Molti lo considerano un uomo straordinario, dotato di grande sapienza e di grande coerenza, capace di testimoniare un’apertura di rara grandezza nei confronti degli altri. Costoro perciò nutrono una sorta di limitata e ponderata meraviglia nei suoi confronti. Tuttavia escludono che in Lui Dio possa avere rivelato se stesso; ritengono infatti una tale ipotesi teoricamente e praticamente inammissibile, perché accettare un simile intervento da parte di Dio significherebbe secondo loro porre dei limiti all’unica forma di ragione veramente sensata, cioè quella scientifica. E poi, si sa, il cristianesimo è colpevole di così tanti errori nel passato (pare solo di quelli) che ridare spazio a Cristo, significherebbe ridare spazio ai cristiani, dei quali è bene diffidare.
A leggere il brano odierno di vangelo, viene proprio da paragonare i nazaretani a noi europei. In mezzo a loro, come in mezzo a noi, infatti Cristo è cresciuto, ha abitato; e loro si sono abituati a lui. Alcuni erano addirittura suoi parenti; perciò si può dire che la familiarità con Cristo e con la sua storia è veramente la caratteristica saliente dei nazaretani. Purtroppo però, tanta familiarità ha dato luogo a una fatale pre-comprensione nei confronti di Gesù di Nazareth, tanto da impedire ai suoi compaesani di fare il salto della fede: “Non è egli il figlio di Giuseppe?”, si chiedono essi in sinagoga davanti a lui.
Probabilmente non riusciamo ad avvertire pienamente tutta la sordità della loro chiusura nei confronti di Gesù. Lui sì, invece, a tal punto da reagire in maniera per noi forse sorprendentemente dura ai pensieri che solo in parte affioravano sulla bocca dei nazareni. Se pensiamo poi ai versetti precedenti (letti domenica scorsa) che parlavano di un messia portatore di libertà e di grazia, la reazione pare ancora più sbalorditiva. Cristo schiaccia dunque sull’acceleratore e li provoca a una presa di posizione immediata nei suoi confronti: egli sa che, se anche avesse tergiversato, se anche avesse provato a prenderli con le buone, sarebbero comunque arrivati li, cioè non si sarebbero minimamente smossi dalle loro posizioni schematiche e ottuse verso di lui. La conclusione, è quanto mai dolorosa: essi infatti lo conducono sul precipizio del monte per gettarlo giù. Pensiamoci bene: le parole di Gesù smascherano non solo una chiusura mentale, ma addirittura un odio sproporzionato e ingiustificabile verso di lui. Essi anticipano ciò che accadrà a Gerusalemme, quando Gesù sarà portato in cima a un monte e giustiziato perchè era insopportabile.
Questa è la sostanza dell’incredulità che inchioda Gesù: non è una semplice incertezza a suo riguardo, ma il frutto di una lenta e progressiva sclerosi, paralisi della mente e del cuore, che rende da una parte rende l’uomo incapace di aprirsi alla novità di Dio e dall’altra fa crescere in lui un odio viscerale verso il profeta, che invece è stato capace di mantenersi aperto alla verità delle cose e quindi libero, insopportabilmente libero: lo si vede bene in questo episodio evangelico, ma la stessa dinamica si è verificata tante volte nella storia con uomini e donne di Dio.
Ora, di questa sclerosi, di questa durezza del proprio cuore, la persona è responsabile, perché è compito di ognuno vigilare su se stessi, per esempio su ciò che si legge, su ciò che si dice, su ciò che si guarda in televisione: pigrizia e passività in tal senso sono delle forme di irresponsabilità nei riguardi di se stessi, degli altri e di Dio. Noi badiamo in continuazione a ciò che mangiamo, per non perdere la salute. Perché non badiamo altrettanto a ciò di cui nutriamo la nostra mente e il nostro cuore, che sono i luoghi della salute spirituale, nei quali abita e vive per esempio la nostra fede in Cristo?
Torniamo a noi, alla nostra Europa, oggi così simile a Nazareth, dove Gesù trova una generazione afflitta da tante malattie spirituali, ma non può intervenire, non può guarire, perché di fatto è stato allontanato dalla città, cioè dal luogo in cui l’uomo si organizza, decide, ragiona, sceglie.
Pensate come è difficile e imbarazzante perfino tra noi cristiani oggi parlare di religione, confrontarci sulla fede, oppure dire a uno in difficoltà “prego per te, perché Dio ti aiuti”. Eppure un tempo era così normale “ammettere” Dio tra i parenti e gli amici. Come spesso  ai singoli non è possibile cambiare, provare a essere diversi, perché ognuno è marchiato, tra amici o nella parentela, con un cliché immutabile, così Gesù è neutralizzato proprio da coloro con i quali è “cresciuto” nella storia umana, in una parola, dai suoi.
Eppure, a pensarci bene, è soprattutto di questo che il mondo ha bisogno, tanto più oggi in cui siamo abituati ad andare continuamente a caccia di novità per combattere la noia e dare un senso alla nostra vita. A Nazaret la novità ce l’avevano davanti agli occhi, ma erano assolutamente incapaci di ammetterla. Pensavano che la novità fossero i miracoli e aspettavano di vederne, così come era accaduto altrove. Senza accorgersi invece che la vera grande novità offerta loro non erano anzitutto i miracoli, ma il loro autore: Gesù di Nazareth, il figlio di Dio.

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