Quarta Domenica di Pasqua – Anno A

Dal momento che Cristo è risorto e vive per sempre, memore delle sua promessa di essere con noi tutti i giorni sino alla fine del mondo, il cristiano sa che il suo Signore e maestro è sempre accanto a lui, lo invoca continuamente con la preghiera e, quando giunge il tempo di operare delle scelte, tendo l’orecchio, per obbedire alla sua voce. Pasqua è tempo di compagnia tra il discepolo e il maestro, per questo è tempo di pace, gioia, amicizia, amore tra Dio e l’uomo.

Nella quarta domenica di Pasqua il profondo legame che unisce Cristo ai suoi è espresso grazie al capitolo decimo del vangelo di Giovanni, famoso per l’immagine di Cristo quale buon Pastore. Nella liturgia pasquale, tale capitolo è suddiviso in tre sezioni, ognuna delle quali è letta ciclicamente ogni tre anni, la quarta domenica che, di conseguenza, è detta la domenica del Buon Pastore, sebbene il riferimento esplicito al buon pastore sia unicamente riportato nella sezione riservata all’anno B, che per noi è il prossimo. Non che questo sia un problema, tutt’altro: ogni anno siamo tenuti e autorizzati a parlare del Buon Pastore, anche se non ve n’è la citazione letterale. Tuttavia, questo ci da l’occasione per sottolineare un altro elemento della similitudine giovannea. L’evangelista, infatti, in questa pagina altamente simbolica ci ricorda che Gesù afferma di se stesso: “Io sono la porta”.

Anzitutto ci chiediamo, la porta che apre dove? E’ facile per noi capirlo, senza essere dei biblisti esperti: Gesù è venuto a spalancarci nuovamente la porta del paradiso, che era stata chiusa alle nostre spalle a causa del peccato di Adamo, ragion per cui eravamo rinchiusi nell’infelicità e nella disperazione. Ora il paradiso è aperto, non tanto e solamente ai perfetti, a quelli che non sbagliano mai, ma a quelli che si fidano di Cristo, che lo riconoscono, che lo amano, che lo invocano e che lo seguono, in qualunque condizione si trovino, come narra Luca a proposito del buon ladrone, a cui Gesù dice: “Oggi sarai con me in paradiso”.

Dunque Cristo ci conduce in paradiso, ma la via attraverso la quale si passa per giungervi è ancora e sempre Lui.

Per l’evangelista Giovanni poi (non ci stancheremo mai di evidenziarlo) la vita eterna, il paradiso iniziano già qui e ora, perciò chi segue Gesù qui su questa terra sperimenta e assapora già qui qualcosa di quella gioia il cui frutto potrà essere gustato pienamente solo in paradiso. Certo, perché se il paradiso è vivere in compagnia di Dio e dei suoi santi, e Cristo è già con noi e in noi qui e ora (nell’intimità del cuore come nella Chiesa che vive su questa terra), allora il cristiano può cominciare a essere non dico felice, ma almeno lieto.

Dobbiamo perciò stare bene attenti che Cristo è sì il buon pastore, colui a cui volere bene, colui a cui affidarci, colui del quale stare in compagnia, colui che è la nostra certezza, la nostra roccia, la cui fedeltà non verrà mai meno, colui nel quale trovare grande pace, grande pace. Ma Egli è anche la porta, cioè Egli è il criterio delle nostre scelte, la verità da comprendere, da scoprire e quindi da vivere.

Nei decenni del dopoguerra vi erano forti contrapposizioni tra gli atei comunisti e i cattolici; gli schieramenti erano chiari, frontali. Per i cattolici era chiaro che seguire Cristo significava pensare in un certo modo, votare in un certo modo, e così via. Cristo era il pastore rappresentato dai pastori umani (papa, vescovi e parroci), ma era anche la porta, cioè era il passaggio concreto da seguire in determinate situazioni.

Ai giorni nostri è spesso vero l’opposto. E’ vero cioè che il cristiano riconosce Cristo come il suo pastore, quello che un giorno gli aprirà le porte del paradiso (si spera) e forse anche una presenza consolante a cui rivolgersi in tante situazioni dolorose. Ma Cristo non è la porta, cioè non è chiamato in causa quando si ragiona su cosa si debba fare e su come si debba farlo. La vita è complessa, ci sono tante sfumature: va bene una cosa, ma forse va bene anche l’altra, è tutto così complicato… Questo è un po’ il nostro modo di ragionare oggi. Una delle porte sotto le quali più frequentemente indugiamo infatti, è quella dell’incertezza: fluttuante, continua e paralizzante. Così idealmente Cristo è il nostro pastore, ma né lo seguiamo, né la sua gioia trova spazio in noi.

Oppure le leggi del consumismo. Pensiamoci: esse non ci tolgono la religione. Questa non è un problema, anche perché, non essendo più considerata un fatto pubblico, non può condizionare alcunché. La società attuale ci permette di credere ai pastori che vogliamo. L’importante è che transitiamo sotto la porta giusta, che cioè le nostre scelte siano sempre lige alle leggi dell’acquisto e del consumo. Perché, in fondo, se una cosa puoi comprarla allora ne hai il diritto.

Quindi, a mio avviso, molte porte sono spalancate attorno a noi e noi dobbiamo essere attenti a riconoscere quelle giuste da quelle sbagliate. Ciò è molto difficile per i cristiani oggi, in particolare per i cattolici, i quali a più riprese si sentono dire da ogni parte: “Voi con la vostra dottrina siete rigidi, dovete imparare a capire che la verità ha tante sfaccettature, che le cose sono diverse da come voi volete e pensate, ci sono altre porte ormai sotto cui passare”.

Forse potranno anche avere una parte di ragione, ma dietro ai loro discorsi si nasconde il tranello di chi vuole convincerci che una verità non ci sia. Mentre la verità esiste, è certamente sinfonica, ma è unica e indivisibile. Colui che diceva di se stesso “Io sono la porta”, di se medesimo affermava anche “Io sono la verità”.

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