Quarta Domenica di Pasqua – C

La società attuale, oscilla tra l’affermazione di una libertà quasi assoluta, per lo meno a riguardo dei singoli, e l’urgenza di una sicurezza costantemente minacciata da patologie varie, imprevidenza, incidenti e terrorismo. In tal modo, a un’epoca nella quale la libertà di movimento e di scelta era stata assolutizzata in nome del mito contemporaneo dell’auto realizzazione, pare ne stia succedendo un’altra nella quale il bisogno di difendersi dal male, soprattutto dalla cattiveria altrui, comanderà su tutte le altre necessità, vere o presunte che siano. Dove quindi si esalta la libertà comunque e sempre, si tende a vivere in modo spensierato, ma esposto ai giudizi e alle reazioni altrui. Dove invece si sceglie la sicurezza come bene primario, si vive sotto traccia, un po’ nascosti, per essere meglio protetti da ingerenze esterne, sempre sgradite e temute.
Ora, che cos’ha da dire a questa società la liturgia del Buon Pastore, come solitamente è denominata la domenica attuale, nella quale viene ogni anno letto un brano tratto dal capitolo decimo dell’evangelista Giovanni, tutto dedicato per l’appunto a Gesù Buon Pastore?
Il vangelo non può mai essere separato dal contesto grazie al quale esso è custodito, ascoltato e trasmesso e tale contesto ha un nome: la Chiesa. Nonostante i suoi molti difetti la Chiesa è il luogo dove storicamente vediamo realizzarsi queste parole di Gesù : “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. In essa l’idolo della libertà fine a se stessa è purificato da ogni forma di individualismo e il bisogno di sicurezza viene colmato dalla certezza di essere custoditi e protetti ad un livello più alto. L’aggettivo possessivo “mio”, ripetuto varie volte in questo brano e ancor più nell’intero capitolo decimo, non è segno di relazioni soffocanti tra Cristo, le pecore e il Padre e neppure è segno di voler ridurre tutto a un rapporto tra singoli, dove “mio” e “tuo” escludono il “nostro”; bensì ha la funzione di insistere e convincere sulla reale intenzione di Dio di coinvolgersi personalmente con noi e grazie a questo suo coinvolgimento riportarci all’esperienza di un’unità tra uomini perduta a causa del peccato e della morte.
La dove poi l’uomo riconosce che la morte è stata vinta da Cristo capisce che non vi è nulla di offensivo per lui nel considerare se stesso come pecora di un gregge, giacché quanti vi appartengono sono stati liberati dalla paura del lupo; non solo: essi non temono più di essere ingannati da una delle tante false guide, che al momento del bisogno fuggono, abbandonando i propri seguaci, perché sin tanto che rimarranno uniti alla Chiesa essa, assistita dal Buon Pastore, li preserverà da questa disgrazia.
Come vediamo nella prima lettura Paolo, Barnaba e gli altri discepoli sono capaci di grande libertà e franchezza nei confronti dei giudei e di tutti gli altri, poiché non temono di essere perseguitati a causa del vangelo che annunciano. Il commovente brano dell’Apocalisse, poi, ci dice che sarà numerosissima in paradiso la quantità di coloro che hanno sofferto in terra persecuzione e martirio, ma finalmente un giorno essi potranno godere della protezione e della consolazione di Dio, il quale “stenderà la sua tenda sopra di loro”.
Che cosa dunque fa sì che i cristiani non si pensino più a se stessi come singoli autonomi e che accettino di far parte di una realtà più grande di loro? Che cosa fa sì che alcuni consacrino la vita a Cristo, altri si sposino, altri divengano pastori del gregge? Essi, mentre ascoltano i loro pastori e mentre cercano di interpretare i segni di tempi in cui vivono, “sentono” la voce di qualcuno che li guida in modo misterioso, ma vero e sono convinti di non appartenere a questo mondo, ma ad un altro, già presente e realizzato altrove, qui ancora non completamente visibile. In tale mondo la morte non esiste più e il male non ha più alcuna presa, poiché vi regna unicamente il Signore risorto insieme al Padre suo, il quale regge ogni cosa nella propria mano. Se pensate che parole come queste possano andare bene per i bambini, perché sanno troppo di favola, provate a rileggere il capitolo decimo del vangelo di Giovanni. Soffermatevi sulle sue immagini semplicissime e sulle affermazioni che in esso si trovano a riguardo di Dio, dei discepoli, della morte: se in esse risuona qualcosa di infantile non è per una puerile ingenuità, bensì per una fiducia così grande da far apparire Cristo, prima che il Buon Pastore, un Figlio assolutamente sicuro e certo della presenza del Padre accanto a lui. Perciò egli non teme la morte, perciò egli ama con totale dedizione, perciò può essere Buon Pastore. Possedere il dono della fede significa godere interiormente della medesima serena certezza di Gesù nei confronti della presenza del Padre e perciò vivere liberi e sicuri in questo breve passaggio che è la vita terrena, durante la quale, come diceva il salmista: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”.

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