Quarta Domenica di Quaresima – anno A

“Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere illuminati da Cristo”. Sono parole tratte dal commento di Sant’Agostino al vangelo del cieco nato, offerto dalla liturgia odierna alla meditazione dei fedeli. Dietro quest’affermazione sta la dottrina del peccato originale, fermamente insegnata dal santo vescovo d’Ippona e ripetuta dalla Chiesa nei secoli, sino a oggi. Il contagio di male, che ci tramandiamo di generazione in generazione, ha anzitutto corrotto il nostro spirito e ci ha resi incapaci vuoi di vedere il bene, vuoi di farlo, vuoi di perseverare nel farlo. Cecità, paralisi, sordità, mutismo, nei vangeli sono tutti segni di quella malattia interiore dalla quale nessun uomo può liberarsi da solo.

Ovvio che per proteggersi l’uomo crei le “sinagoghe”, cioè si costruisca intorno degli ambienti di vita e dei sistemi di pensiero grazie ai quali può parzialmente proteggersi dal male che è in lui, ma a causa dei quali può in fretta illudersi di avere definitivamente risolto il problema. I giudei avevano la sinagoga, luogo di culto, nel quale erano ammessi unicamente quelli che seguivano la legge di Mosè. Ci pensava il sinedrio a stabilire chi vi era ammesso o chi vi era escluso. Il cieco nato vi era solamente tollerato, giacché, se si trovava in quella condizione, era per una giusta punizione divina dovuta a qualche peccato compiuto o da lui o dai suoi genitori. Ed ecco che il semplice schema di pensiero religioso basato sull’equazione: peccato uguale castigo, garantiva una vita serena a tutti gli altri. Ovviamente sino a quando uno di costoro non era colpito da qualche male: allora si poteva cominciare a dubitare anche di lui. Si finiva quindi per condannare l’uomo, ma l’importante è che, in questo modo, si salvava la maggioranza (o almeno così si riteneva). Anche i discepoli di Gesù erano convinti che questo modo di pensare fosse corretto e pio. A loro Gesù risponde pacatamente: “ Né lui ha peccato, né i suoi genitori”.

Costatiamo qui che essere religiosi non garantisce la vista interiore, anzi. Spesso proprio chi è più rigoroso e fermo nelle proprie convinzioni rischia di sentirsi facilmente a posto, di ritenersi in qualche modo senza peccato, perché ha messo in atto tutti i comportamenti finalizzati a risultare gradito a Dio; egli si viene paradossalmente a trovare in quella situazione che Gesù bolla con queste parole: “Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite “noi vediamo” il vostro peccato rimane”. Che mistero: quando ci sentiamo maggiormente sicuri, è lì che dobbiamo maggiormente dubitare di noi stessi. Si rischia di essere convinti che le proprie idee, il proprio stile di vita siano senza dubbio quelli giusti. Ovviamente poi, come spesso accade, saranno le generazioni successive a valutare quanto tale convinzione fosse vera o meno.

E allora, come se ne esce da questa morsa di cecità a 360 gradi? Per usare un’espressione attuale, come ci si libera dal contagio del peccato? Come si guarisce?

Spesso, infatti, capita che un cristiano professi la sua fede in Cristo, salvatore e luce del mondo, ma che il suo modo di ragionare e di comportarsi non si differenzi in nulla da coloro che vivono lontani dalla fede. Si può dire che Cristo, nostra luce, nella quale egli crede, lo abbia illuminato, lo abbiamo veramente liberato dalla sua cecità?

Anzitutto dobbiamo ricordare che un cristiano, per essere tale, deve essere battezzato e che il battesimo gli consegna un dono di grazia straordinario, perpetuo, indefettibile, capace non solo di salvarlo dalla morte, ma di trasformarlo interiormente, giorno dopo giorno, rendendolo sempre più simile a Cristo. Spesso noi cristiani non riflettiamo abbastanza su questo, ne siamo assai poco consapevoli, partiamo da noi stessi (e non già dalla grazia di Dio) quando ragioniamo, viviamo, facciamo le nostre scelte.

Per ben comprendere, dobbiamo perciò aggiungere un aspetto fondamentale: che, cioè, la grazia ricevuta nel battesimo è scaturita dal cuore trafitto di Cristo sulla croce. La croce ci libera dalla cecità; la croce sconfessa tutte le nostre false immagini di Dio; la croce ci da la forza di riconoscere il peccato, ma nello stesso tempo ci da la grazia del perdono; sulla croce brilla l’amore di Cristo crocifisso, vera luce per il mondo. Tutto quanto ci appartenga (pensieri, scelte, affetti e ogni altra cosa), che non passi per il vaglio della croce, è destinato a mantenerci ciechi e prigionieri di noi stessi. Senza la croce la grazia del battesimo resta infruttuosa. Senza la croce non si è sicuri di seguire Cristo, anzi si segue troppo facilmente se stessi. Senza la croce di Cristo e senza che il cristiano accetti di seguirlo portando la propria croce non c’è grazia efficace e non c’è luce che trasformi. Formalmente il battesimo mi ha liberato dal male e mi ha “illuminato”, ma di fatto la grazia che ho ricevuto non si è fatta storia, non ha preso carne.

Quindi come se ne esce? Riconoscendo che Cristo è luce del mondo? Sì, ma non solo. Ricordando che nel battesimo egli ci ha illuminati con la sua grazia? Si, ma non solo. Riconoscendo che il crocifisso è il sublime segno di una luce ineffabile? Si, ma non solo. Bisogna anche imitarlo, servirlo, seguirlo nella vita di ogni giorno e nei fratelli. Riconoscerlo dove gli altri non lo vedono, abbracciarlo dove gli altri fuggono. Bisogna conservare e confessare apertamente l’umile consapevolezza della nostra povertà e del fatto che, come il cieco nato, siamo dei mendicanti.

Allora la luce di Cristo risplenderà in noi a gloria di Dio.

 

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