Quarta Domenica di Quaresima – Anno C

E’ veramente difficile scrivere un commento adeguato alla sovrabbondanza di novità teologica, di ricchezza di stile e di profondità spirituale del vangelo odierno, in passato conosciuto come parabola del figliol prodigo, recentemente ribattezzato come parabola del padre misericordioso. Fior di commenti sono sorti lungo tutta la storia del cristianesimo a una delle pagine che meglio ne definiscono lo spirito in rapporto alle altre religioni: dagli scritti dei padri della chiesa alle scelte operate da santi e sante la cui vita è stata capovolta dalla scoperta sconvolgente del perdono offerto dal Padre celeste in Cristo suo Figlio. Primo tra costoro San Paolo il quale, nella seconda lettura, non esita a usare un’espressione di una forza talmente dirompente da apparire addirittura blasfema per chi non abbia compreso la novità del vangelo: “Colui [Cristo] che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2 Cor 5,21). In cambio del nostro peccato Dio ci ha dato la sua giustizia, la sua santità e lo ha fatto in Cristo, appeso sulla croce per noi, come se in lui il peccato del mondo si fosse concentrato, come se tutto il male fosse colpa sua, di lui, che è l’innocente vittima dell’umanità. E questo inconcepibile scambio è avvenuto con la partecipazione volontaria di Cristo, il quale ha perdonato ai suoi nemici in maniera totale e definitiva.
Non tento neppure perciò un commento spirituale al vangelo odierno, cosa di cui non sono all’altezza, ma parto da queste considerazioni per sottolineare l’aspetto a mio avviso centrale di esso, per comprenderlo correttamente.
Di solito, siamo propensi a ritenere che il perdono del padre sia il momento conclusivo della parabola. In effetti, il figlio se ne va, poi dilapida il patrimonio e poi se ne ritorna a casa chiedendo di poter fare il servo. Ma, inaspettatamente, il padre lo ricostituisce a capo di tutti i suoi averi, come e più di prima. Lui rimane certamente sorpreso, ma giustamente ne gode; c’è da supporre che ne sia riconoscente, ma di per sé tale riconoscenza non è qui narrata. L’altro, il fratello maggiore, invece, non ci sta, non accetta l’atteggiamento del padre e perciò rifiuta di entrare in casa. E’ chiaro che questi non capisce la mentalità del padre; tuttavia non vi è certezza che neppure l’altro l’abbia veramente capita fino in fondo. La parabola lascia aperto il finale, come se Gesù (e l’evangelista, così bravo nel riportarla) ora spostasse il suo sguardo dal racconto all’ascoltatore, come a dirgli che ora tocca a lui prendere posizione in merito. Ognuno di noi dovrà farlo questa domenica: cosa penso del perdono di Dio? Dio potrà perdonarmi dei miei peccati? Ci credo?
Queste giuste e normali domande, di solito denunciano la convinzione che il perdono di Dio sia qualcosa di futuro, un dono che speriamo di ricevere nel giorno della morte, o del giudizio, oppure anche semplicemente dopo aver fatto qualcosa di grave. Ecco il punto: quando pensiamo al perdono lo collochiamo sempre dopo: dopo la nostra vita, dopo la nostra libertà, dopo i nostri errori. Non è completamente sbagliato, ma non è neppure totalmente corretto.
Proviamo ora a fare un’altra ipotesi e cioè che Gesù abbia formulato questa parabola per convincere i suoi uditori, i farisei, che essi dovevano mettere alla base della loro ineccepibile religiosità non tanto la possibilità che tutti sbaglino, ma la certezza che siamo tutti peccatori e che, se ci viene data la possibilità di andarcene di casa, oppure se ci viene concesso di rimanervi, non è perché infine Dio chiuda un occhio oppure all’opposto perché egli ci dia la paga per i nostri meriti (vedi il fratello maggiore), ma solo e soltanto perché lui ha già deciso in partenza di perdonarci. Nel momento in cui ci ha creati aveva già deciso di perdonarci per quello che avremmo fatto. Se quindi il cristiano non assume (cioè non si mette bene in testa) che il perdono di Dio è il punto di partenza della sua fede sbaglia la premessa con cui vivere la propria religiosità. Mancherà allora la novità, mancherà lo stupore, mancherà la forza per andare avanti nonostante tutto, mancherà l’amore. Noi siamo figli del perdono che Dio ci ha dato in Cristo: da lì parte tutto il nostro agire, il nostro pensare e il nostro credere. San Paolo lo dice con parole che dobbiamo ripeterci mentalmente come un mantra finché non le abbiamo fatte nostre: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo”. Certo, questa prospettiva apre il fianco a un problema religioso molto sottile, vale a dire l’uso malizioso della misericordia di Dio, cioè il fare il male pensando che “tanto alla fine Dio mi perdona”. La risposta piuttosto è che un perdono dato da Dio all’inizio dell’esistenza, quale solido e reale punto di partenza, è un dono talmente grande, talmente incommensurabile e stupendo che Dio ci chiederà conto di come lo avremo accolto e usato. Porre il perdono all’inizio della vita cristiana, laddove per conseguenza la nostra fragilità non ci fa più paura in quanto ci sappiamo accolti, la rende in realtà molto, ma molto più impegnativa, perché la rende più virtuosa. Forse per questo preferiamo considerare il perdono come un fatto conclusivo, rinviarlo al futuro, perché intanto possiamo continuare a fare quello che vogliamo e perché in tal modo scarichiamo su Dio la totale responsabilità del nostro destino . Non è questo però lo stile di Dio, il quale vuole renderci attivamente partecipi della nostra redenzione sin dall’inizio, grazie all’offerta del suo struggente perdono in Colui che per noi “si è fatto peccato”.

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