Quattordicesima domenica del T.O. – Anno B

Dicevo nel commento alle letture della scorsa domenica che i fondamenti della nostra vita sono spirituali, interiori e che solo la fede li risveglia e li appaga.
Quando alla mattina ci alziamo, usciamo di casa per andare al lavoro e così via, lo facciamo non soltanto perchè siccome abbiamo fatto una buona colazione ricca di zuccheri allora siamo in forze, ma prima ancora perché ci crediamo (o, in alcuni giorni un po’ più difficili degli altri, ci “vogliamo” credere); perché aspiriamo a dei risultati; perché delle persone care ne hanno bisogno. Dunque non è solo in gioco il corpo, ma neanche solo l’intelligenza o la volontà. E’ in gioco l’anima stessa, che in noi tende a Dio e lo fa talvolta nell’inquietudine, talvolta nella serenità. L’anima è depositaria di una vita impalpabile, ma che tuttavia ci muove e tende da se stessa verso la fonte della vita che è Dio. E Dio, che lo sa molto bene, tenta di raggiungerla in tutti i modi possibili. Il vangelo odierno ci parla del più impegnativo e drammatico tra questi modi: è il profeta. Questi, come Gesù, deve parlare a nome di Dio, sapendo spesso già in anticipo che non sarà ascoltato, perchè il popolo a cui è inviato è fatto di gente dalla testa dura, che vuole dare retta a se stessa e alle proprie convinzioni piuttosto che mettersi umilmente in ascolto di ciò che il profeta, in nome di Dio, ha da dire. Gesù ha patito sulla propria pelle questa ostilità e l’evangelista Marco ce ne da una dimostrazione: alle parole di Gesù nella sinagoga di Nazareth i suoi compaesani, che lo conoscono sin da bambino, che conoscono bene tutta la sua famiglia, non vogliono credere che egli abbia una missione da compiere in nome di Dio.
Poniamoci subito la domanda: saremmo stati diversi, noi che per esempio diciamo che “va bene il vangelo, ma poi bisogna viverci nella realtà, essere concreti” o che non troviamo il tempo per formare la nostra coscienza in senso cristiano in modo da essere capaci di comprendere il complicato mondo di oggi in un modo orientato dalla fede?
Così, torniamo al punto di partenza e ci ricolleghiamo al vangelo della scorsa settimana: stavolta Gesù “non poté compiere nessun prodigio”, stavolta Gesù “si meravigliava della loro incredulità”. Perché? Perché senza la fede Lui non può, per così dire, “agganciare” la nostra anima e se non gli è concesso di incontrare la nostra anima allora non può neppure inondarla di quella vita invisibile, interiore, divina che, unica e sola, è in grado di risanare veramente e fino in fondo il nostro essere e dunque anche il nostro corpo.
Diceva S. Giovanni Maria Vianney, meglio conosciuto come il santo curato d’Ars: “Abbiamo due parti in noi, l’anima e il corpo… ma… l’anima è la parte più bella di noi stessi e la terra è troppo piccola per fornire all’anima ciò di cui saziarla: ella ha fame di Dio, non c’è che Dio che possa riempirla” e, aggiungiamo noi, non c’è che l’incredulità che possa tenerla rigorosamente lontana da ciò che la sazia.
Per molti anni a Nazareth Gesù visse con i compaesani, ma essi non si accorsero di chi avevano accanto. Potrebbe capitare anche a noi di non esserci accorti e di non accorgerci oggi del fatto che Gesù è accanto e attende di poter operare cose prodigiose nella nostra vita.
Un buon esercizio per porre rimedio a questo problema potrebbe essere quello di imparare a fare memoria dei benefici che Dio mi ha concesso come persona o ci ha concesso come famiglie nel passato. Lo posso fare in auto, seduto sul divano, camminando, parlandone umilmente con chi è disposto a crederci: può essere il ricordo di una parola, di una persona, di un fatto, esaminando i quali posso riconoscere un segno della presenza di Dio accanto a me. Può essere (anzi, sicuramente sarà) anche un momento di debolezza, un dolore, un errore, un fallimento, una croce, proprio come afferma San Paolo nella seconda lettura: “Il Signore mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte”.
Il dialogo con Dio diventa in tal modo concreto, perché basato sulla nostra storia personale; dialettico perché il ricordo del passato ci fa sicuramente reagire; risanante perché si comprende finalmente che non siamo mai stati soli, tanto meno nella nostra debolezza.
Addestrarsi a riconoscere Dio che si rende presente in modo umile, reale e concreto nella nostra vita può guarirci dall’incredulità. Si realizzerebbe così il primo miracolo, cioè la nascita della fede, la quale genera una meraviglia luminosa, grata, lieve nei confronti di Dio e spalanca l’anima ai Suoi grandi benefici.
Coraggio: siamo testardi, è vero, ma la grazia di Dio lavora in noi e può vincere le nostre più tenaci resistenze.

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