Quattordicesima Domenica T.O. – Anno A

Letture della 14ma domenica anno A

Molti fra gli ebrei non vogliono convertirsi dopo aver ascoltato la predicazione del Battista, rigorosa, severa, esigente. Molti altri però si comportano ugualmente anche davanti alla predicazione di Cristo, esigente, sì, ma impregnata di misericordia; a dirla tutta, sono inamovibili davanti non solo alla predicazione, ma anche ai miracoli da lui compiuti. Qualche versetto prima di quelli del vangelo odierno, infatti, Matteo ricorda che Gesù “si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite”. Su tali città Gesù pronuncia un’invettiva assai seria, profetando che saranno giudicate severamente.

Immediatamente dopo, però, avviene una sorta di cambio di registro: sembra infatti che egli si plachi, che sbollisca la rabbia, giungendo a pronunciare le parole profondissime e dolci che ascoltiamo oggi. Intendiamoci, tali parole rimangono per certi versi misteriose ma, grazie a esse, comprendiamo che dobbiamo allargare il nostro sguardo, il nostro modo di vedere le cose.

Di quali cose stiamo parlando? Stiamo parlando proprio del fatto che alcuni si convertono e altri no, che alcuni credono e altri no. Che alcuni credono poco, mentre altri invece tanto. Sin qui abbiamo capito che la prima spiegazione sta nella nostra testa dura, nel fatto che siamo cocciuti, presuntuosi, che crediamo di sapere e che pertanto non trovano spazio nella nostra mente le ragioni di Dio.

Ora però, ci sentiamo dire che ad alcuni Dio non ha nessuna voglia di rivelare i suoi segreti, che dunque egli li tiene volutamente nascosti nei loro confronti. Costoro sono definiti da Gesù i “dotti e i sapienti”. Certamente egli si riferiva a tutti quegli scribi e farisei i quali erano convinti di possedere le chiavi della corretta interpretazione delle sacre scritture e della tradizione giudaica. Ugualmente, non commettiamo un’operazione indebita se estendiamo la loro categoria lungo tutti i secoli per giungere sino a noi oggi a quanti presuntuosamente accettano come giusto solo ciò che per essi è tale. Di tale categoria fanno parte sicuramente tantissimi intellettuali i quali, figli di un pensiero che ha escluso Dio dalla realtà, parlano e agiscono in tutta naturalezza e sicurezza come se fosse impossibile la sua esistenza. Inoltre, non tralascerei qui tanta ignoranza e superficialità nelle quali tante persone volutamente rimangono per non doversi mettere in discussione. Ebbene, a tutti costoro Dio non ha nulla da rivelare. Come mai?

Vi sono segreti che noi confidiamo alle persone di cui ci fidiamo e che stimiamo, per esempio sul posto di lavoro, segreti che possono riguardare problemi o fatti legati al lavoro stesso. Rivelare qualcosa a qualcun altro è segno di stima e di amicizia; ma in ogni caso non si ha con tutti lo stesso grado di confidenza. Vi sono, infatti, segreti intimi, che riveliamo solamente alle persone che amiamo e nella misura in cui le amiamo. Tali segreti non riguardano tanto e solo delle cose da noi conosciute, ma rivelano una parte di noi stessi. Perciò ne abbiamo pudore e, sebbene sentiamo il desiderio di rivelarli ad altri, sentiamo che è cosa giusta e saggia farlo unicamente nei confronti delle persone che ci amano, perché il loro amore ci assicura che sapranno gestire ciò che è per noi prezioso, ciò che ci aspettiamo sia accolto con rispetto e ammirazione.

Perché Dio, il quale è amore, dovrebbe condividere ciò che gli sta a cuore con coloro i quali non possono capire, a causa del fatto che non lo vogliono?

Il Padre, dandoci suo Figlio, ci ha dato il suo cuore e il Figlio, offrendo se stesso sulla croce, ci ha lui pure dato il suo cuore. Ma, i segreti del loro cuore solo qualcuno li comprende, li accetta, li vede. E chi è questo qualcuno?

Capiamo, dalle parole del vangelo, che costui è il mite e l’umile di cuore, cioè colui che non soltanto ripete esteriormente lo stile di Cristo, ma che assume e fa proprio il suo atteggiamento verso il mondo, prendendo su di sé il giogo di Cristo. A questo punto comprendiamo perché tanti non credano. Il giogo di Cristo, infatti, è la croce stessa, che egli chiede al discepolo di portare con lui. E sappiamo quanto essa sia pesante. Ma, allora perché Gesù dice che il suo giogo è dolce e il suo peso leggero? Perché è leggero il suo spirito; è profondamente diverso, divino, il suo modo di portare la croce, un modo tale per cui la croce stessa spalanca agli occhi del discepolo la visione divina del mondo. La sapienza che Dio vuole donarci è figlia di una croce portata con Cristo e in lui. “Venite a me” e “imparate da me”, sono le due chiavi con cui si apre la porta della divina sapienza, con la quale si accede alla stanza dei segreti che Dio vuole condividere con noi.

L’immagine del giogo, attrezzo portato insieme da due buoi a traino dell’aratro, dice tutte queste cose in modo sintetico, ricordandoci al contempo che Dio coinvolge nel suo destino quanti accettano di affiancarsi a lui nella dolce fatica della semina del Regno.

Venire a Cristo: perché senza di Lui non possiamo far nulla. E inoltre imparare da Lui: per giungere a conoscere i segreti del suo pensiero.

A questo punto ciascuno di noi valuti se valga la pensa prendere su di sé il giogo di Cristo a motivo dell’amore che ci abita e ci spinge e in forza del quale sappiamo di non essere mai soli.

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