Quattordicesima Domenica T.O. – Anno C

Per esperienza so che quanti appartengono alla gerarchia ecclesiastica talvolta tendono a cercare più visibilità di quella che serve al loro ministero, mentre al contrario i cristiani laici si mantengono volentieri in una situazione di comodo anonimato, anche quanto alla loro scelta di fede. Ci sono evidenti ragioni legate alle condizioni di vita di entrambi che rendono comprensibili tali inclinazioni, ma oggi dobbiamo confrontare almeno la seconda, quella dei laici, con il vangelo. Se infatti la gerarchia si pone in continuità con la chiamata dei dodici apostoli, il resto della Chiesa non può non prendere in seria considerazione la designazione dei settantadue discepoli e il loro invio da parte di Gesù di cui ci parla oggi la terza lettura.
Stando ai biblisti il numero 72 indica sia globalmente tutte le nazioni pagane, sia uno stile di annuncio del vangelo in cui tutti i discepoli sono coinvolti sotto la futura guida dei dodici apostoli. Ora, sempre stando al nostro vangelo, ogni cristiano è inviato a portare la pace, a scacciare il male, a guarire e infine ad annunciare che il Regno di Dio è vicino. Effettivamente, ci sono infiniti modi di fare il bene e la società di oggi è ricca di persone e di associazioni che si prodigano per gli altri. Normalmente si tratta di associazioni in cui proprio i laici si coinvolgono direttamente, assumendosi compiti e responsabilità di varia natura, laici cristiani o più spesso non cristiani: comunque sia infatti, non possiamo escludere che Cristo intenda coinvolgere tutti nel bene che Egli intende riversare sugli uomini suoi fratelli, anzi siamo contenti, come cristiani, che sia così. Qui oggi però Luca parla di una “designazione” esplicita, di un incarico preciso e di un compito chiaro, quello cioè di annunciare il Regno, dato da Gesù si suoi discepoli. Ma la parola “regno”, non ci mette forse un po’ in imbarazzo? Chi oggi la userebbe? Da una parte infatti ci risulta antiquata, mentre dall’altra è appannaggio dei testimoni di Geova, con i quali, con tutto il rispetto, non vogliamo essere confusi.
Ci spiegano sempre i nostri amici biblisti che, in sintesi, il Regno è in ultima analisi Cristo stesso, perché in Lui e in Lui soltanto si realizzano perfettamente tutte le aspettative di Dio verso gli uomini e tutte le risposte giuste e sante di questi ultimi verso il loro creatore. Perciò, annunciare la speranza di un mondo riuscito, la capacità per noi umani di divenire “nuove creature” (per usare l’espressione di San Paolo), di realizzare veramente noi stessi, significa annunciare Cristo.
Noi però siamo poco propensi a “buttare” anche solo lì in un dialogo, per esempio con una persona che soffre, il nome di Cristo, siamo restii ad aiutare gli altri a ricordarsi di Lui, a prenderlo in considerazione come una realtà presente; ciò non perché siamo cattivi, ma perché non abbiamo voglia di esporci. Lo siamo già in tante cose: il lavoro, la casa, le tasse, le mille relazioni nelle quali dobbiamo essere accorti e guardinghi: come può esserci posto per una cosa del genere? Certo, nel momento in cui scopriamo le carte e alludiamo apertamente al Signore di fronte a qualcun altro, ci rendiamo conto che improvvisamente siamo deboli, siamo come agnelli in mezzo a lupi, possiamo essere rifiutati o scherniti. Oltretutto possiamo anche essere criticati o giudicati per le nostre incoerenze da quest’altra persona a cui ci rivolgiamo. Perciò spesso preferiamo tacere.
Così facendo però dimentichiamo che, se siamo cristiani, non lo siamo solo per noi stessi, ma per il mondo. E inoltre perdiamo l’occasione di sperimentare quanto bene, quanta pace e quanta guarigione può recare ai cuori degli uomini la grazia di conoscere Cristo, il quale è la sorgente di ogni dono. Ciò darebbe gioia non solo a loro, ma anche a noi: non per niente il vangelo dice che i discepoli “tornarono pieni di gioia”. Provare infatti ad annunciare Cristo significa aprire nella relazione con l’altro uno spazio di libertà assolutamente nuova e sconosciuta, della quale i primi a rimanerne positivamente sorpresi saremo noi, perché ci renderemo immediatamente conto che, è vero, nella realtà quotidiana, c’è ben di più di quanto siamo normalmente pronti a riconoscere. L’altro potrà liberamente decidere se innalzare lo sguardo verso il cielo oppure se mantenere ostinatamente il capo chino verso terra: l’esito della decisione non dipende da noi. Dipende da noi mettergliela dinanzi come la grande possibilità per la sua vita. Dice il vangelo che “se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di Lui”. La scelta reciproca tra Dio e l’uomo è un mistero per noi insondabile, ma la pace che viene a noi dal fatto che siamo stati scelti da Lui per una missione, quella possiamo condividerla a braccia aperte. Allora ci accorgeremo che varrà la stessa legge già vista per il miracolo dei pani e dei pesci: quel poco che ci sembra di possedere nel nostro animo, una volta offerto generosamente al mondo, si moltiplicherà per loro e per noi, portando anzitutto frutti di grande gioia. Sta a noi dunque decidere se è giusto rimanere “sotto traccia” oppure rischiare qualcosa in vista di una realtà di più grande.

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