Quindicesima Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Qui le letture della domenica

La definizione di civiltà dell’immagine si adatta sicuramente bene ai nostri tempi. Ciò non può tuttavia cancellare l’importanza della parola, neppure ai nostri giorni: basti pensare anche solo a quanto sia spesso necessario affiancare alle immagini delle spiegazioni che ce le rendano accessibili. L’essere umano non potrà mai fare a meno della parola, perché è la parola che trae il bambino dall’indefinitezza, lo porta a riconoscere gli altri, il mondo che lo circonda e a riconoscere se stesso. Il bambino è fatto per ricevere la parola e non cresce senza di essa. Così è per l’essere umano perché tale.

Ora, in Dio la parola è viva e ricca a tal punto che la tradizione cristiana (seguendo la definizione di San Giovanni nel prologo del suo vangelo) considera Cristo come la parola stessa del Padre.

L’uomo non può fare a meno della parola, l’uomo vive della parola, perché è fatto a immagine e somiglianza di Dio e, se Dio non può fare a meno della sua stessa parola che è Cristo, non lo può nemmeno l’uomo.

Nella speranza che tale premessa teologica, necessariamente frettolosa, non sia troppo arida e di difficile comprensione, sono almeno due le cose che possiamo chiederci a proposito della parola.

La prima. Ascoltiamo tante parole, dal mattino alla sera: telefonate, messaggi, social, tele e radio giornali, chiacchiere, conversazioni, dibattitti televisivi e così via. Le parole che diciamo e sentiamo sono un fiume in piena: molte lasciano il tempo che trovano, altre ci deprimono, altre ci fanno riflettere. In ogni caso, se a fine di giornata facciamo un po’ di esame di coscienza, dobbiamo ammettere che le parole veramente rilevanti, quelle che ci hanno aiutato o hanno suscitato in noi dei ragionamenti, sono poche. Probabilmente, lo dico con prudenza, attraverso di esse il buon Dio potrebbe avere qualcosa da dirci. Di quelle poche, che cosa ne facciamo? Vi ragioniamo? Ci mettiamo in dialogo sia con noi stessi, che con Dio, che con altri, per lasciarle crescere in noi o comunque per vagliarne l’importanza, l’utilità e la genuinità?

La seconda. La Sacra Scrittura è la più alta espressione per noi della parola di Dio. Quando la sentiamo proclamare in Chiesa, quando la leggiamo individualmente o insieme, abbiamo la possibilità di ascoltare una storia nella quale Dio si è coinvolto. La Scrittura ci aiuta a rivedere la nostra vita alla luce della sapienza di Dio, soprattutto della sapienza che ci è stata rivelata in Cristo. Se abbiamo avuto la fortuna di nascere e crescere in una famiglia cristiana l’abbiamo imparata in casa, poi a catechismo, poi in Chiesa, poi grazie alla testimonianza di singoli o di comunità. Così come la parola umana non ha mai cessato di provocarci e risvegliarci, allo stesso modo la parola di Dio verso di noi. Gesù, poeticamente, dice che Dio “semina” la parola, ed è proprio così. Dio non smette mai di parlarci per renderci simili a lui, perché orientiamo tutta la nostra vita verso di lui. Che cosa ne facciamo? Che spazio gli riserviamo?

Noi siamo fatti, siamo strutturati interiormente per accogliere questa parola e viviamo nella misura in cui le diamo accoglienza in noi. Non potremmo rapportarci né alla parola umana, né alla parola divina se non fossimo predisposti per essa. Noi cristiani, in più rispetto agli altri, abbiamo uno speciale dono dello Spirito, che ci rende capaci di riconoscere e comprendere la parola di Dio. Ce ne rendiamo conto? Capiamo di essere dei privilegiati rispetto alla maggioranza degli uomini? Con quanta responsabilità viviamo questo privilegio?

A noi è data la grazia non solo di sentire, ma di ascoltare, cioè di fare nostra la parola di Dio e far sì che essa porti frutto in noi. Tuttavia non siamo immuni dalle cadute: le preoccupazioni del mondo e le seduzioni delle ricchezze possono soffocare la parola in noi. Non è teoria: è vero. Il vangelo elenca difficoltà così imponenti a riguardo dell’accoglienza della parola, che leggendole sembra di vedere quei documentari in cui i predatori del mare aspettano l’arrivo delle sardine per mangiarne a tonnellate o gli orsi dell’Alaska divorano i salmoni che risalgono i fiumi con la stessa facilità con cui noi mangiamo le ciliegie: uno dopo l’altro. Perciò viene da chiedersi come possa la parola di Dio farcela a toccare e cambiare le nostre vite, spesso lontane da Dio e dominate dall’ambiguità.

Proprio a questo punto della meditazione allora è necessario ricordare che tutta la potenzialità del seme non sta nelle sue dimensioni, ma nel suo codice genetico, in forza del quale, per poco che trovi di accoglienza e spazio, esso è in grado di sprigionare energie e di realizzare risultati assolutamente imprevedibili e inaspettati a occhio nudo. Allo stesso modo di un seme, la parola di Dio agisce con una potenza tale non solo da compensare, bensì da superare in maniera sovrumana tutti i fallimenti ai quali ha dovuto sottoporsi per giungere a fecondare la terra e far sì che essa porti frutto.

Osservare quale accoglienza riserviamo alla parola di Dio è pertanto il primo passo cui ci spinge il vangelo di oggi. Considerare quanto sia grande la sua efficacia è il secondo; passo necessario per non perderci d’animo a motivo della nostra pochezza. Non cerchiamo a tal fine la quantità, ma la qualità: basta meditare la vita di un santo per ritrovare il coraggio di accogliere il piccolo seme della parola di Dio.

Una risposta a “Quindicesima Domenica del Tempo Ordinario – Anno A”

  1. Nuccia Maritano Comoglio dice: Rispondi

    Grazie per il tuo sguardo con parole molto belle e incoraggianti.

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