Quindicesima Domenica T.O. – C

“Per caso” transitano quegli uomini accanto al malcapitato. L’imprevisto, il caso cerchiamo normalmente di evitarlo, che noi ci troviamo al lavoro o a casa o altrove. E’ cosa assolutamente giustificata perché uno dei nostri primi doveri, qualsiasi sia il nostro compito, è proprio quello di prevedere tutti quegli eventi che potrebbero rendere difficili o pericolose le situazioni su cui siamo chiamati a vigilare, a vantaggio di noi stessi e di quanti ci sono affidati.
Tuttavia, per quanto cerchiamo di mettere in atto tutte le nostre più raffinate strategie, l’imprevisto prima o poi accade: in quei momenti la nostra capacità di reazione è messa alla prova e lì si vede, per quanto dipende da noi, fino a che punto siamo in grado di sostenere e affrontare la nuova realtà. Le cose che capitano per caso, ci obbligano spesso a prendere coscienza di aspetti di noi stessi che non conoscevamo, oppure di limiti che credevamo superati. Ciò vale anche e soprattutto nell’ambito dell’amore. Nella parabola del Buon Samaritano i pii, i religiosi ortodossi, che pure dovrebbero essere esercitati nell’arte dell’amare Dio e il prossimo, non ci fanno una bella figura. Mentre lui, il samaritano appunto, li batte tutti. Eppure è uno straniero e sopratutto un eretico, cioè uno di quelli che non seguono la religione ufficiale. Ora, una delle domande è: perché Gesù sceglie un samaritano come modello? Possibile che, in tutto Israele, nessuno potesse essere scelto come emblema dell’uomo disposto a lasciarsi commuovere dalle sofferenze di un malcapitato?
I due ebrei, un sacerdote e un levita, danno la precedenza a Dio: stanno infatti tornando da Gerusalemme, dove hanno svolto il culto sacro e ufficiale a nome del popolo, ma la loro devozione non li induce a fermarsi a soccorrere l’uomo ferito. Sembra che, dove si ama Dio, non si possa amare l’uomo, e viceversa.
Gesù invece esce volutamente dagli schemi, a vantaggio di una visione concreta, realista, di una visione nella quale ciò che conta è che un uomo incontra davvero un altro uomo, si lascia commuovere da lui, se ne prende carico e, forse senza saperlo, in tal modo onora e ama anche Dio. Il samaritano vede e si commuove: la sofferenza dell’altro lo sconvolge a tal punto da rinviare momentaneamente i suoi impegni e da inventarsi qualcosa per soccorrerlo. Non si dice nulla di chi fosse quest’altro: giovane o vecchio, buono o cattivo, samaritano o ebreo. Ciò che conta è che il samaritano lo ha guardato, incontrato, abbracciato. Badate bene: “per caso” è avvenuto l’incontro. Insisto su questo e torno sull’idea che, nell’imprevisto, emerge di che pasta siamo fatti e di quanto siamo disposti ad amare. La vita è fatta così: accade, ma in quell’accadere si gioca tutta la nostra capacità di metterci in gioco nel scegliere il nostro destino. Una religiosità appiattita sul rito e sul culto sarà forse nobile, ma è sterile, perché diventerà ben presto una gabbia morale comoda, ma rigida. Ecco perché Gesù, provocatoriamente, sceglie un samaritano.
E’ possibile che anche noi cristiani corriamo lo stesso rischio dei pii ebrei della parabola o di appartenenti a tante altre religioni? Si, è possibile in quanto siamo molto abili nel separare il nostro cristianesimo da Cristo. Ve lo garantisco. Provate a chiedere in un’ora di religione agli allievi quale sia il centro del cristianesimo (e io l’ho fatto): se qualcuno vi risponderà che il centro è Cristo ditemelo, perché a me, purtroppo, non è capitato.
Ma cosa centra tutto ciò con questa parabola? Rispondo con queste domande. Chi si è piegato sulle ferite dell’umanità, se ne è fatto carico e ha pagato per risanarla? Chi è stato percosso, umiliato, abbandonato e ancora oggi può essere incontrato in ogni uomo, specialmente nei poveri e nei sofferenti? Chi, più di ogni altro, ha saputo sintetizzare in modo vero, concreto, reale, l’amore a Dio e l’amore al prossimo? Sono sicuro che avete già riposto da voi stessi.
San Paolo dice che Cristo è stato posto da Dio al di sopra di tutto e di tutti, Lui che è anche all’origine di ogni cosa creata. Ma dice anche che tutte le cose sono state riconciliate per mezzo di lui e in vista di lui: là dove quindi un uomo si riconcilia con un altro uomo, dove un uomo si lascia commuovere dalle sofferenze di un altro uomo, è sempre la grazia del crocifisso ad agire, che ve ne sia la consapevolezza o meno. Ora, noi cristiani lo sappiamo. Sappiamo che Cristo ci soccorre nel Samaritano, che Cristo ci attende nell’uomo abbandonato sul ciglio della strada, che Cristo ama in noi, con noi e per mezzo di noi. Questa per noi è più che una legge: è vita, vita che scorre dentro agli eventi. L’imprevisto rivela quale sia la nostra consapevolezza e la nostra reale disponibilità a legare il nostro cristianesimo a Cristo figlio di Dio, Il quale ci viene incontro nell’uomo che incontriamo “per caso”.

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