Quinta domenica del T.O. – anno A

Il 5 febbraio 2006, un sacerdote romano missionario in Turchia venne ucciso dal proiettile sparato da un giovane che lo colpì alle spalle. Il prete, seduto in chiesa, stava pregando e teneva aperta sulle ginocchia la bibbia tradotta in Turco. Il libro sacro fu trapassato dallo stesso proiettile che attraversò il corpo del sacerdote, tingendo del suo sangue le pagine sacre. Si chiamava don Andrea Santoro. La sua missione non era di grande successo, non otteneva chissà quali e quante conversioni al cristianesimo nella così diversa società turca. E tuttavia lui diceva: “ Sono qui per dare a Cristo il mio corpo, perché lui sia presente”.

Ora, se state leggendo questo commento, è perché avete ascoltato le letture della quinta domenica del tempo ordinario, nella quale risuonano le parole di Gesù: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo”. E vi sarete chiesti: dunque, in concreto cosa devo fare per essere sale e luce? In concreto, possiamo provare a dirlo. Ma non prima di avere chiarito, anche grazie all’esempio di don Andrea, lo stile, il modo con cui fare le cose. Perché, vedete, il rischio è sempre quello di mettere noi stessi al centro: i nostri sforzi, la nostra bravura, la nostra efficienza. Però, se facciamo così, vuol dire che non abbiamo capito niente delle parole di Cristo. Proviamo quindi a riascoltare le parole di San Paolo nella seconda lettura: “Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione…perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana…”. San Paolo, genio assoluto e uomo carismatico a tutto tondo, rinuncia volutamente a far leva sulle sue doti di trascinatore. Perché? Avrebbe potuto utilizzarle per guadagnare discepoli a Cristo e invece no. Perché dunque? Perché egli sapeva che così facendo avrebbe illuminato se stesso, ma avrebbe oscurato la luce di Cristo. Avrebbe attirato tutti dietro a sé, ma le persone avrebbero gustato un sale che non era quello del vangelo.

Dobbiamo metterci in gioco con gli altri, però in modo non da portare noi, ma Cristo. Dobbiamo servire, ma non noi stessi. E come si fa? Tecnicamente lo possiamo spiegare così: bisogna porre costantemente il centro di noi stessi non in noi, ma in Dio e nel prossimo, con semplicità. In tal modo ciò che facciamo, per quanto poco sia, lascia trasparire e filtrare qualcosa di divino nel mondo. Come don Andrea Santoro, il quale si considerava testualmente “agnello muto”, cioè un testimone silenzioso di Cristo. Guardate, stiamo semplicemente sbirciando nel mistero della Trinità divina e stiamo rubando il segreto della Sua felicità: il centro del Padre è nel Figlio e il centro del Figlio è nel Padre e questo modo di essere sempre centrati nell’altro si chiama Amore. Per questo Dio è luce infinita e per questo è sapore più dolce e soave di ogni altro sapore.

Teologicamente è così. All’atto pratico, imitare questo modo di essere e di vivere non è facile. Direi addirittura che è possibile solo se Dio lo concede e perciò è un dono che va invocato: desidero essere luce, non per me? Sapore, non per me? Ho capito che io non sono la sorgente della luce di cui parla il vangelo? Che io non ho da me stesso il sale cui Cristo fa riferimento? Tuttavia, sento che faccio parte di questa luce? Che sono stato salato dall’amore di Cristo crocifisso? Voglio che si diffonda anche per mezzo mio?

Facciamo un test: don Andrea Santoro, con la sua vita e la sua morte è stato, a mio avviso, un esempio luminoso o no? E’ stato come sale invisibile che a suo tempo darà sapore oppure no? Secondo come rispondo a questa provocazione, posso capire se sono entrato nella logica del vangelo oppure no.

A questo punto (e solo a questo punto), possiamo parlare di concretezza. Si perché Matteo, tra tutti gli evangelisti, è forse quello più preoccupato di sottolineare con insistenza la necessità di una fede che operi, che faccia, che non sia solo un ripetere atti e parole di culto. Le indicazioni evangeliche sono generiche in questi versetti, ma solo perché desiderano lasciare spazio alla fantasia dei credenti e al variare delle circostanze storiche. Pertanto possiamo chiederci: cosa può voler dire essere luce e sale del mondo nell’epoca dei social, della globalizzazione, delle migrazioni di massa, dell’individualismo assunto a registro di vita, del pensiero unico ostile alla vita e alla famiglia?

La tradizione cristiana antica, ispirandosi al vangelo di Matteo, aveva sintetizzato le azioni di carità concreta nei confronti del prossimo chiamandole “opere di misericordia”. Aveva poi distinto le opere di misericordia corporale da quelle di misericordia spirituale. Le prime sono: Dar da mangiare agli affamati; Dar da bere agli assetati; Vestire gli ignudi; Alloggiare i pellegrini; Visitare gli infermi; Visitare i carcerati; Seppellire i morti. Mentre le seconde sono: Consigliare i dubbiosi; Insegnare agli ignoranti; Ammonire i peccatori; Consolare gli afflitti; Perdonare le offese; Sopportare pazientemente le persone moleste; Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Mutatis mutandis, esse mantengono una validità perenne: vanno ovviamente rilette, aggiornate nei modi, ma possono costituire un utile stimolo per accendere quella fantasia spirituale con la quale il credente di oggi può decifrare come essere concretamente sale e luce per il mondo.

Lascia un commento