Quinta Domenica del T.O. – C

Lo stupore di essere scelti

Ci accorgiamo che mai, quando leggiamo il Vangelo, siamo nel campo della pura teoria: che si tratti di una parabola, o di una riflessione dell’autore sacro, o di qualsiasi altra cosa, è sempre la nostra vita concreta a essere provocata, coinvolta, orientata.
Ma particolarmente in questa domenica le tre letture ci parlano di esperienze concrete, reali, fatte da persone in carne ed ossa, nel corso delle quali tali persone hanno incontrato niente meno che il divino, un divino desideroso di rivelarsi, di farsi conoscere almeno da qualcuno tra gli esseri umani. Il profeta Isaia (prima lettura) narra l’esperienza di una visione (di un “contatto”) prodigiosa, nella quale gli è dato il privilegio di contemplare il Signore seduto su un alto trono, circondato dai serafini. San Paolo ricorda invece come a lui e ad altri è stata concessa la grazia di incontrare il Cristo Risorto, lo stesso Cristo morto sulla croce per i nostri peccati. Luca, poi, racconta l’incontro tra Gesù, Pietro e gli altri tre, incontro forse non primo, ma sicuramente definitivo, nel quale i futuri discepoli, grazie alla pesca miracolosa, sperimentano la grandezza di Gesù e colgono mediante l’esperienza la sua natura divina: in una parola, credono che Egli è il Signore.
Certo, vi è una sostanziale differenza tra il modo con cui il profeta Isaia sperimenta la grandezza della maestà divina e il modo in cui la conoscono Pietro, Paolo e gli altri discepoli. Là infatti, cioè nell’antico testamento, non era ancora avvenuta l’incarnazione del messia e pertanto Dio entra nella vita del profeta in un modo del tutto straordinario; qui invece Dio si manifesta in un uomo, Gesù di Nazareth, secondo modalità del tutto umane. E tuttavia il fascino non è certamente minore, anzi, come non è minore la sensazione di indegnità e di paura, che colgono Pietro e gli altri, allo stesso modo in cui ne era stato colto Isaia. Infatti scorgiamo che, in tutti questi casi, l’esperienza della maestà divina, accentua terribilmente la consapevolezza della propria impurità, della propria indegnità, a tal punto che il prescelto vorrebbe che Dio si allontanasse da lui. Però, mentre il credente fa tutta questa sconvolgente esperienza, la grazia di Dio lavora nel suo cuore, facendogli comprendere una cosa del tutto inaspettata: lui è stato cercato niente meno che da Dio, guardato e scelto da Lui, in modo gratuito. Una consapevolezza del genere sconvolge completamente chi la riceve e lo rende capace di considerare la propria vita sotto una nuova luce, quella dell’amore eterno, grazie alla quale il timore e il terrore lasciano il posto alla fiducia e alla stima. A quel punto il discepolo è pronto per il secondo momento, conseguente all’incontro appena compiuto, quello nel quale diviene consapevole di avere un compito, una missione, tutta sua e di nessun altro. La percezione dello sguardo divino su di sé apre immediatamente ai fratelli, con modalità che variano all’infinito a seconda dell’esperienza ricevuta e della situazione storica in cui il discepolo vive. Il discepolo inizia così a soffrire per i fratelli, a causa delle loro tribolazioni, ma soprattutto a causa del fatto che non conoscono Dio, o non come Dio vorrebbe essere conosciuto, e sente un vivo desiderio di soccorrerli.

Abbiamo così descritto il modo con cui nasce una vocazione, conseguentemente alla quale, quanto più è stata forte e sconvolgente l’esperienza del chiamato, tanto più di norma sarà esigente la missione che Dio gli affiderà nel mondo. Ma per quanto sia diversa l’intensità di una vocazione rispetto a un’altra, per quanto coloro che Dio chiama, per esempio, al ministero siano spesso “marchiati a fuoco” dalla chiamata divina, nel cristianesimo tutte le chiamate hanno un elemento in comune, assolutamente determinante, senza il quale non è possibile né parlare di vocazione, né proseguire in essa: lo stupore. Lo stupore, spingerà Pietro, Paolo, Isaia e tutti i chiamati della storia a lasciare barche e case per avventurarsi in missioni prima impensabili per dei poveri peccatori quali essi sono e quali essi rimarranno. Lo stesso stupore dovrebbe spingere qualsiasi cristiano a imitare Gesù e a servirlo nelle piccole cose di ogni giorno, le quali ricevono in tal modo un valore e un sapore infinito che altrimenti rischierebbero di non avere mai.
A conclusione di questa breve riflessione posso semplicemente chiedermi: E’ presente in me, questo divino stupore? E in che modo posso coltivarlo?

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