Quinta Domenica del Tempo Ordinario – anno B

Ecco il link alla liturgia di oggi.

È toccante ascoltare dal vangelo quanto e come Gesù si prodigasse per gli altri, facendosi carico dei dolori di una quantità enorme di persone dal mattino alla sera, senza sottrarsi a qualsiasi fatica per raggiungerli nella loro condizione e recare loro quei benefici che era sua esclusiva prerogativa concedere: il conforto di una parola nuova, la vittoria sui demoni e la guarigione dalle malattie. All’evangelista Marco, come suo solito, bastano poche rapide pennellate per descriverci sia la dedizione del Signore, sia l’umanità stremata e bisognosa di soccorso, visibile nella suocera di Pietro, ma soprattutto nelle folle che si accalcano attorno a Cristo alla porta della città, speranzose di ottenere un miracolo dall’uomo di Dio.

Perciò, tra le innumerevoli meditazioni che sempre il vangelo suscita, oggi ci risulta spontaneo soffermarci un istante a riflettere sulla realtà della malattia, la cui presenza nella nostra vita è tornata prepotentemente a farsi sentire con la pandemia del Covid. I numeri dei morti a livello nazionale e mondiale e l’impatto devastante della pandemia tanto sulla società quanto sui singoli ci hanno obbligato a fare i conti con la nostra cronica e oggettiva fragilità (che a lungo abbiamo fatto finta di non vedere), ma fanno pure sì che riusciamo a calarci abbastanza in fretta nei sentimenti di tutti quei malati e dei loro parenti i quali, alla strenua ricerca di vie d’uscita dalla loro condizione, chiedevano aiuto a Gesù di Nazareth.

Il dramma della malattia prima o poi tocca tutti, direttamente o indirettamente, e diventa assai pesante quando, non essendovi possibilità di guarigione, ci si deve conseguentemente rassegnare o a una situazione cronica o, peggio ancora, alla morte imminente. Il malato allora deve fare i conti non soltanto con un male fisico, ma con degli interrogativi acuti, che lo inducono a interrogarsi sul senso di ciò che sta attraversando e sul suo destino ultimo. In quelle circostanze si ha bisogno di persone che stiano al nostro fianco, che ci tengano la mano (come ha fatto Gesù con la suocera di Pietro), che ci aiutino ad affrontare le nostre paure, che soprattutto non ci lascino soli. A proposito di solitudine: proprio la pandemia ci ha permesso di comprendere quanto essa sia disumana e come costituisca una vera malattia nella malattia. Quante persone infatti, mentre il personale sanitario era sovraccarico di richieste, hanno dovuto morire da sole in ospedale a causa delle regole di sicurezza e quanti famigliari hanno quindi vissuto dolorosamente non solo la morte dei loro cari, ma soprattutto il fatto di non poter essere accanto a loro mentre ciò accadeva.

Non sempre la persona che soffre può essere guarita nel corpo, ma sempre essa spera che qualcuno le sia accanto, perché in fondo ciò di cui abbiamo paura è proprio la solitudine e la morte ci spaventa perché temiamo che essa sia un luogo nel quale saremo lasciati soli per sempre.

Se torniamo al vangelo e consideriamo la dedizione di Gesù agli ammalati vi riscontriamo un eroismo senza pari, ma resta pur vero che il Gesù terreno non ha potuto raggiungere e guarire tutti gli ammalati e qui non diciamo del pianeta, ma anche solo del popolo d’Israele. Egli sapeva bene che il suo lavoro era limitato e quantitativamente insufficiente, ma lo compì ugualmente non solo perché mosso da compassione divino umana, ma anche affinché emergesse chiaramente la sua volontà di porsi accanto a ogni uomo che soffre; leggendo il vangelo allora noi credenti troviamo una conferma del fatto che Cristo non lascia nulla d’intentato per farsi vicino a noi nella sofferenza. Se poi consideriamo che quella mattina in cui egli si sveglia presto per pregare mentre tutti lo cercano è il giorno dopo il sabato, cioè è il giorno della sua resurrezione, allora non ci sono dubbi che egli cammina sul mare dell’umano dolore come fece un giorno sulle acque e ci raggiunge nel dolore in cui noi stiamo sprofondando, per sollevarci accanto a sé, poiché Cristo risorto ha vinto per sempre il male e la morte ed essi non hanno potere su di lui.

Sapere che Gesù si svegliava prima dell’alba per recarsi in luoghi solitari a pregare ci aiuta a fare un passo ulteriore nella nostra riflessione, perché comprendiamo che durante la sua esistenza terrena Gesù ha combattuto l’altrui solitudine attingendo forza da una solitudine di tutt’altra natura. Tale solitudine era uno spazio interiore prima che geografico, nel quale egli si rifugiava per colloquiare con il Padre suo celeste, per ascoltarlo e in lui trovare pace. Questa è l’unica solitudine di cui non dobbiamo avere timore, l’unica solitudine che non ci ammala, dalla quale anche noi possiamo attingere forza inesauribile. Tanti ammalati ho incontrato e tanti morenti ho accompagnato i quali avevano carpito da Cristo questo segreto in maniera così profonda da trasformare i loro letti di dolore in cattedre di sapienza, dono che essi trasmettevano grazie alle parole e ai gesti, a tal punto da divenire, proprio loro, i guaritori delle numerose ferite interiori di quanti, come me, li visitavano o li assistevano.

Finita la pandemia resterà la solitudine, anzi ve ne sarà in misura crescente e noi cristiani dovremo ricordare al mondo che Cristo è immensamente vicino a tutti e in particolare a coloro che gemono nella malattia.

2 Risposte a “Quinta Domenica del Tempo Ordinario – anno B”

  1. Cristina Destro dice: Rispondi

    Grazie Emilio,
    per questa lettura della solitudine vinta dalla vicinanza eterna di Dio e con lui Gesù. Buona domenica.
    Cristina

    1. Emilio Gazzano dice: Rispondi

      Grazie molte. Credo davvero che la solitudine nella malattia sia un dolore grande e che Cristo ne rimanga profondamente commosso

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