Quinta Domenica di Pasqua – Anno A

Può capitare di provare il vivo desiderio d’incontrare qualcuno, ma di essere impediti dal farlo. Può anche capitare di stare accanto a una persona per molto tempo e a un certo punto accorgersi di non averla ancora capita.
Nel corso di questa pandemia, che ci ha obbligati a stare a casa a lungo e che ancora c’impone di mantenere una certa distanza, possono esserci capitate entrambe le cose.
Proviamo, a partire da questa concreta esperienza nel leggere la domanda di Filippo a Gesù: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”.
Il desiderio espresso dall’apostolo è certamente bello, perché l’aspirazione a vedere Dio è l’anelito più profondo e urgente del nostro cuore. In tal senso Filippo fa una domanda che ci rappresenta tutti, in quanto uomini; dà voce a un bisogno che costituisce l’essere umano nel suo intimo, a qualunque epoca o cultura appartenga. Gran parte della produzione artistica umana può essere raccolta sotto il titolo offerto da questa domanda.

La risposta che Gesù gli da, sa tuttavia di rimprovero. “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre”, dice Cristo.
Dobbiamo soppesare bene queste parole e applicarle a noi con grande onestà, perché l’esperienza di Filippo ci rappresenta tutti (come già quella di Tommaso, il quale non voleva credere senza aver visto), rappresenta la nostra grande difficoltà a fare nostra l’immagine di Dio che ci è svelata nel vangelo.

Abbiamo, infatti, riflettuto molte volte in questi commenti sulla grande fatica che gli apostoli fanno ad accettare un messia diverso dalle loro aspettative. I sinottici ci raccontano con cura gli episodi in cui emerge l’ottusità e diciamo pure la chiusura dei discepoli di fronte alla predicazione di Cristo e ai suoi esempi di salvatore umile, mite, misericordioso, ben lontano da mire di successo personale e anzi risolutamente deciso a sacrificarsi per amore dei suoi e di tutto il popolo d’Israele. Giovanni, da par suo, ci fa fare un enorme passo avanti su questa linea. Riportandoci la domanda di Filippo ci fa capire che gli apostoli non soltanto si aspettavano un messia diverso, ma anche attendevano un Dio diverso. Poteva Filippo finalmente avere accettato che il Cristo, l’inviato di Dio non corrispondesse alle sue idee? Forse. Ma, indubbiamente, per lui Dio doveva essere un’altra cosa. Il grande, unico Dio rivelatosi a Mosè, Elia, Davide e a tutti i profeti, il liberatore dalla schiavitù dell’Egitto, lui era apparso come un Dio potente, insuperabile, invincibile. Cristo era il Signore, certo, ma quello che il messia stava facendo era distante da Dio, dalla sua essenza, dalla sua vera immagine.

E invece qui Giovanni ci fa fare il grande tuffo nella contemplazione della vera immagine del Padre celeste, quando ci riporta le semplici parole le quali sono la sintesi perfetta di tutto il vangelo: “Chi vede me, vede il Padre”.

Quando vedi Cristo pazientare, amare, soffrire, condividere, prendere su di sé le nostre colpe, quando lo vedi rispondere alle nostre domande, o prevenirle; quando lo vedi curare i malati, quando lo vedi insegnare la verità ed esortare alla preghiera; quando lo vedi sopportare e tollerare la rozzezza dei suoi, quando lo vedi mangiare con i peccatori, quando lo vedi cingersi il grembiule e lavare i piedi, quando lo vedi soffrire al Getzemani, tacere davanti a Pilato, portare la croce, morire sulla croce con un grido; quando lo vedi risorgere, andare incontro alle donne, apparire ai suoi, donare pace e rinfrancare il cuore di chi lo aveva abbandonato; quando lo vedi inviare in missione la sua scalcinata squadra di discepoli: quando vedi tutto questo e infinite altre cose ancora, tu non vedi solo una missione compiuta, non vedi solo il personale e originale stile di Cristo Salvatore nel portare a termine la sua opera. Tu vedi molto di più, perché vedi Dio, vedi il Padre, vedi il suo cuore, getti uno sguardo nella sua inattingibile essenza. Dio è infinitamente oltre, ma lo scopri su questa strada e non su un’altra. Cristo dice infatti: “Io sono la via, la verità e la vita”: Lui è il tutto del Padre e tutto ciò che Lui fa trova la sua sorgente nella mente e nella volontà del Padre, cioè nella persona del Padre, così come essa insuperabilmente è.

Il vangelo non è una proposta accanto alle altre. Noi cristiani crediamo che esso è l’apice della rivelazione che Dio ha fatto di se stesso all’umanità. Di più non si poteva. Cristo risponde pienamente all’attesa di tutti i tempi, quella cioè di conoscere Dio.

Sbaglia chi interpreta il vangelo come un manuale operativo da cui prendere spunto per una vita moralmente migliore. Il vangelo è esperienza di sorgente, perché ci introduce alla conoscenza del Padre. La comprensione di questa verità tuttavia non può essere frutto della semplice ricerca umana. La fede nella Trinità Santissima, infatti (come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica), è unicamente dono di Dio, prerogativa di coloro ai quali Dio lo concede. La risposta alla grandezza delle parole che abbiamo ascoltate dunque non può che iniziare dalla preghiera affinché Dio ci apra gli occhi a vedere mediante la fede e non può che terminare con la testimonianza personale, vera e forse anche sofferta della luce più grande che possa essere offerta ad ogni vita umana.

Lascia un commento