Quinta Domenica di Pasqua – C

Pochi giorni fa, il 7 maggio, moriva Jean Vanier, dapprima giovane ufficiale di marina, poi filosofo, infine fondatore dell’Arche, insieme di comunità ormai sparse in tutto il mondo in cui persone “normali” vivono insieme a persone disabili e si prendono cura di loro.
Egli ben presto scopre quanto sia difficile la vita in comune, tanto che nel suo celebre libro “La comunità. Luogo del perdono e della festa” scrive: “La comunità è il luogo nel quale sono rivelati i limiti, le paure e l’egoismo di una persona…Finché si era soli, si poteva credere di amare tutti quanti. Adesso, stando sempre con gli altri, ci si rende conto di quanto si è chiusi su di sé… E’ difficile accettare questa rivelazione”.
Tutto ciò era vero anche nella comunità fondata da Gesù: se in effetti Egli non avesse chiamato Pietro, Tommaso, Giuda e gli altri a seguirlo per formare una compagine, non sarebbero emersi i mostri terribili che giacevano nascosti nei loro cuori: il rinnegamento in Pietro, l’incredulità in Tommaso, il tradimento in Giuda.
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri“: quando Gesù pronuncia il suo testamento spirituale, Giuda è appena uscito dal cenacolo per andare a venderlo. Questi non può ascoltare le parole del Maestro, perché è fuori, non solo fisicamente, ma spiritualmente: è fuori dall’amore, rinchiuso nel proprio egoismo.
Il narratore, Giovanni, ne approfitta subito per dire che quello è il momento in cui il Figlio dell’uomo, Cristo, “è stato glorificato”, cioè è quello il momento in cui si vede veramente chi Egli sia: Egli è uno, anzi è l’unico, in grado di amare ognuno dei suoi senza condizioni. Paradossalmente però, questo amore è troppo forte per lasciare indifferenti i peccatori, per non far emergere tutte le loro contraddizioni.
Inutile dire che anche noi facciamo fatica ad amare, ma la fatica che Cristo ha dovuto fare e continua a fare per raggiungerci con il suo amore è maggiore, perché il suo amore è più puro e quindi più insopportabile per chi, ricevendolo, si trova richiuso nel recinto del proprio egoismo.
Noi ragioniamo sull’amore spesso in linea teorica, oppure divaghiamo su di esso in maniera molto sentimentale; ma quando si profila il fallimento dell’amore umano (di cui siamo tutti vittime e responsabili a un tempo) ci smarriamo e ci perdiamo d’animo. Cristo invece sa che l’unione tra i suoi non potrà che passare attraverso la continua e dolorosa purificazione, compiuta a partire dai molti piccoli e grandi fallimenti che l’uomo sperimenta nelle relazioni. Non stupisce perciò che San Paolo dica ai neo convertiti al cristianesimo (i quali sono chiamati a formare la Chiesa, comunità basata su questo “amore nuovo”), che egli dica loro: “dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni”. Quando infatti i nuovi discepoli si rivolgeranno al mondo per annunciare il vangelo, vi incontreranno uomini i quali riconoscono l’importanza di un certo volersi bene tra pochi intimi, ma soprattutto conoscono la logica della convenienza, dell’interesse. E quando i discepoli vorranno vivere secondo il vangelo al loro interno, vale a dire nella Chiesa, vedranno saltare fuori tutti quegli aspetti negativi nascosti in ognuno di di loro, evidenziati dal Vangelo e dalle su citate parole di Jean Vanier.
Così, subendo numerose batoste, i discepoli capiscono che l’amore nuovo inaugurato da Cristo può essere vissuto solo se si è sostenuti dallo Spirito di Cristo, che ognuno impara a stendere le mani per soccorrere il fratello solo se prima piega la testa per meditare gli esempi di Cristo e piega le ginocchia per chiedere a Lui la grazia di amare secondo la novità del vangelo.
E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo“: così San Giovanni nell’Apocalisse descrive la comunità futura ed eterna, come un dono di Dio che scende dall’alto, non come un’opera umana che si erge dal basso. Per questo nel Padre nostro continuamente invochiamo: “venga il tuo regno”.

Il Vangelo di oggi è di una profondità inaudita, ma non è per nulla teorico: fa i conti con l’umano molto più di quanto noi non pensiamo, solamente che questo “umano” se lo carica sulle proprie spalle, lo solleva e lo conduce oltre, come fa un pastore con ogni sua pecora. Si badi bene, non con un gregge astratto, ma con discepoli aventi nomi e cognomi: ognuno è un raggio che deve essere ben tirato affinché la ruota scorra agevolmente. Lasciarsi “tirare” da Cristo non è facile, come non è facile né amare gli altri, né riconoscere le proprie debolezze affinché possano essere meglio sopportate dai fratelli. Cristo non ama un’idea, ma delle persone e le unisce in quanto le ama ad una ad una. Nel suo testo, Jean Vanier cita il grande teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, di cui riporto le parole a sigillo di questo breve commento: “Chi ama la comunità, distrugge la comunità; chi ama i fratelli, costruisce la comunità“.

Una risposta a “Quinta Domenica di Pasqua – C”

  1. Nuccia Maritano dice: Rispondi

    Grazie per il commento al vangelo di oggi. Sono sempre parole che mi aiutano a “sentire” l’amore di Gesù.

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