Quinta domenica di Pasqua

La nostra esistenza è un continuo alternarsi di potature, alcune volute, altre no; alcune cercate, altre subite senza decisione personale oppure sostenute non con nostra colpa. Stando al racconto di Luca, notiamo infatti come uno dei due ladroni morenti in croce rimprovera l’altro (il quale insulta il Cristo) dicendogli: “Noi siamo condannati giustamente, a causa delle nostre azioni, Egli invece non ha fatto nulla di male”. I discepoli di Gesù non erano certo responsabili del tradimento di Giuda, ma poco dopo quasi tutti loro lo abbandoneranno. E dunque: possiamo capire fino in fondo noi se un dolore è una potatura oppure no? Possiamo dire di essere definitivamente uniti a Cristo? O al contrario possiamo affermare di essercene completamente separati in qualche momento della nostra vita?
Giovanni, nella seconda lettura, ci esorta ad amare “con i fatti e nella verità”. Si capisce: non possiamo essere cristiani soltanto a parole. Ma la domanda è: possiamo illuderci di essere uniti a Cristo giacché facciamo delle buone azioni? Se potessimo essere sicuri di ciò, i nostri comportamenti diventerebbero presto un merito da vantare davanti a Dio e in breve diverremmo come i farisei: sicuri di noi, anziché di Dio soltanto. Inoltre, se così fosse, perché mai i santi (i quali certo si comportano bene davanti a Dio) sono da sempre i più potati tra i discepoli, mediante numerosissime prove? Pensate per esempio a quante persecuzioni ha sopportato padre Pio, e ciò proprio a causa di una parte della Chiesa. Vado arditamente oltre: un ladro, un assassino, una donna di malaffare, si sono completamente separati da Cristo con i loro peccati? Certo, i loro peccati non possono essere graditi a Dio, ma come possiamo escludere che qualcosa di loro piaccia a Dio? La neo senatrice a vita Liliana Segre racconta, in una sua testimonianza reperibile su you tube, che quando lei, suo padre e tutti i detenuti ebrei furono deportati ad Aushwitz, mentre uscivano in massa dal carcere di Milano, tutti i detenuti da dietro le sbarre li incoraggiavano a voce e gettavano loro qualcosa da mangiare, qualcosa per coprirsi. La Segre dice che quello fu l’ultimo gesto di umanità che ricevettero da qualcuno. Eppure erano avanzi di galera. Lo stesso Giovanni prosegue nel dire che, se avremo amato con i fatti e nella verità, qualunque cosa ci rimproveri il nostro cuore, davanti a Cristo ci rassicureremo, perché “Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa”.
Quello dell’unione intima tra noi e Dio è un mistero, un grande mistero; così come misteriosa è l’affermazione di Giovanni nella sua prima lettera: “In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato”. Il Vangelo oggi ci parla di cose di cui segretamente viviamo, ma che non comprendiamo fino in fondo, così come viviamo dell’acqua o dell’aria, ma pochi di noi ne conoscono la composizione chimica.
“Voi siete già puri” dice Gesù ai suoi, “a causa della parola che vi ho annunziato”. La parola di Dio ci purifica se la accogliamo, poiché essa ci corregge, ci giudica, poi però ci incoraggia, ci rincuora; perciò, in una parola ci salva, cioè ci ristabilisce e ci mantiene nella comunione con Lui. Ci rende con ciò obbedienti verso un disegno che non vediamo, ma che crediamo essere più grande sia della nostra umana intelligenza, sia dei nostri stessi peccati: ci fa accettare di essere potati, qualunque sia l’origine prossima o remota della nostra potatura.
Ecco: forse quando cominciamo a capire che un tralcio (cioè la nostra persona di discepoli) non è tutto, mentre lo è la vite unita ai tralci; quando comprendiamo che esistiamo per portare frutto e non solo per noi stessi; quando capiamo che frutto della vite è l’uva e che l’uva dev’essere torchiata per dare vino e quest’ultimo a sua volta è rimando al sangue di Cristo; quando cioè doniamo la nostra vita imitando e seguendo Cristo per amore; quando crediamo in Lui nonostante gli altri e nonostante noi; ecco, forse quando queste cose accadono sono segno che noi rimaniamo in Lui e Lui in noi.
Come ho accennato nel commento alle letture di domenica scorsa, non ci sfugga neanche oggi a quale profonda intimità Dio Padre ci abbia invitati mediante Cristo, che non solo è la vite, ma come Egli stesso afferma, è “la vite vera”.

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