Quinta Domenica di Quaresima – Anno A

“Vero uomo come noi, egli pianse l’amico Lazzaro; Dio e Signore della vita, lo richiamò dal sepolcro; oggi estende a tutta l’umanità la sua misericordia, e con i suoi sacramenti ci fa passare dalla morte alla vita”.

Nello stile essenziale e sobrio della liturgia romana, il prefazio della quinta domenica di Quaresima sintetizza il brano di vangelo che la contraddistingue, ultimo pilastro a garantire il giusto approdo alle celebrazioni dell’imminente settimana santa.

Nel vangelo della Risurrezione di Lazzaro c’è tutta l’umana compassione di Cristo per le sofferenze umane, testimoniata dalle sue lacrime davanti alla tomba dell’amico; c’è tutto il suo coinvolgimento reale e appassionato in autentiche relazioni di amicizia, testimoniata dal suo incontro con Marta e Maria; c’è tutta la compartecipazione di Gesù al destino di ogni discepolo e di ogni discepolo al destino di Gesù (“Andiamo anche noi a morire con lui” dice Tommaso; e dopo la risurrezione di Lazzaro i giudei decidono la morte sia dell’uno che dell’altro); c’è tutta la potenza di Dio all’opera, una potenza di vita e di risurrezione, destinata a vincere la morte; c’è la spiegazione di questa potenza, perché Gesù non opera come un mago, ma ottiene il miracolo dal Padre e lo ottiene perché Egli è figlio prediletto e si comporta in maniera conseguente, ascoltando e obbedendo sempre il Padre suo celeste (tutto ciò affinché i discepoli presenti e futuri comprendano che la vita è dono dell’amore di Dio sempre, sia quella terrena, sia soprattutto quella celeste); c’è ancora tutta la partecipazione corale di amici e parenti a un evento così doloroso, come ad anticipare il modo in cui i cristiani, radunati nell’unica Chiesa, si sosterranno a vicenda nei momenti della prova.

Questo e chissà quanto altro ancora risplende nel capitolo 11 di Giovanni, nel quale Gesù compie l’ultimo dei suoi miracoli prima di morire. L’evangelista peraltro preferisce chiamarlo “segno” piuttosto che “miracolo”, perché esso deve servire a sostenere quei cristiani i quali credono in Cristo, ma devono affrontare la dura lotta contro il male e la morte nel corso della vita terrena.

Le immagini delle bare affiancate l’una all’altra in alcune chiese lombarde in questi giorni di epidemia possono averci scosso, aver prodotto in noi qualcosa di simile al fremito di Gesù davanti al sepolcro dell’amico. Forse abbiamo perso persone a noi care e forse abbiamo dovuto rimanere distanti da loro nel momento del trapasso, com’è capitato a Gesù con Lazzaro e le di lui sorelle. Forse ci è venuta paura, pensando al fatto che noi stessi siamo in pericolo di vita.

Dobbiamo quindi meditare su questo episodio evangelico per trovare conforto anzitutto nell’umanità di Gesù, considerare con la mente e con il cuore quanto e come egli abbia sperimentato, vissuto, compreso sino in fondo tutto ciò. Come egli sia venuto, abbia sofferto e sia morto per esserci vicino, in tutto ciò.

E poi dobbiamo meditare su questo episodio per lasciarci rallegrare (di più: lasciarci sbalordire) dalla potenza di Dio. Gesù non è venuto solo per condividere; Egli è venuto per salvare, rinnovare, risvegliare; in una parola: risuscitare! Egli afferma di se stesso: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. Gesù ha sempre parole buone, sagge e giuste. Ma ciò non basta. La sua parola non solo dice, ma anche fa. La sua parola è carica della potenza infinita di Dio. La sua parola nasce infatti dalla volontà di Dio e la volontà di Dio è che l’uomo viva.

Certo, come annota l’evangelista, Gesù risusciterà il terzo giorno, mentre Lazzaro il quarto. Possiamo credere fermamente che Gesù è risorto il terzo giorno, mentre noi non siamo ancora arrivati a quello che sarà il quarto giorno, cioè il giorno in cui tutta l’umanità parteciperà (come Lazzaro) alla vittoria di Cristo sulla morte.

Per questo Gesù ha atteso a recarsi da Lazzaro e dalle sue sorelle, affinché il segno fosse ben chiaro per tutti noi. Il fatto che la morte continui inesorabile a mietere le sue vittime (ancor più in questi giorni di pandemia) non significa che il Signore resti inerte o che non possa, oppure non voglia salvarci. Significa che non è ancora giunto il tempo della vittoria finale, definitiva. Ma la fede c’è data proprio per questo: per essere capaci di attendere in maniera fattiva e operosa, sostenuti dalla certezza della vittoria finale di Cristo sulla morte, mettendoci a servizio dell’uomo.

La liturgia (in particolare quella ortodossa) insiste molto nell’invocare Cristo come “Amico dell’uomo”. Egli è nostro amico, come lo era di Lazzaro. C’è dunque motivo per dubitare del fatto che egli, il quale ha condiviso la nostra condizione umana, non voglia condividere con noi la sua condizione divina? La risurrezione di Lazzaro operata da Cristo è potenza d’amore. Noi sappiamo che tale potenza è immutata nei secoli, che il tempo non può cancellarla. Tra la vittoria di Cristo e quella di Lazzaro c’è un giorno, un solo giorno. Questo giorno sta a simbolizzare il tempo dell’umanità successiva, tempo nel quale siamo coinvolti, dato a tutti noi, a ognuno di noi, per chiedere e decidere di far parte del trionfo dell’amore di Dio sulla morte.

Però è importante definire bene la nostra personale risposta alla domanda posta da Cristo a Marta: “Credi tu questo?”.

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