Quinta Domenica di Quaresima – Anno C

Ogni sera, nel segreto tempio della nostra coscienza, molte delle nostre azioni, molti dei nostri pensieri e delle nostre parole sorgono ad accusarci del fatto che, durante la trascorsa giornata, abbiamo tradito il bene. Tali ricordi in un certo senso ci lapidano, ci procurano dolore e ci rinfacciano la nostra reiterata infedeltà a Dio e alle sue leggi. Ogni sera, nel segreto tempio del nostro cuore, una presenza mite, silenziosamente rimane accanto a noi, ma a differenza dei nostri ricordi, non ci accusa e non ci giudica. Non alza il dito, nè contro di loro, nè contro di noi. Non alza nemmeno la voce. Alza se stesso, per venire incontro alla nostra povera coscienza, starle a fianco e ridarle dignità. Non nega la verità dei fatti, ma neppure la esaspera. Non manca di giustizia, ma neppure dimentica la misericordia. Non concede un salvacondotto per continuare domani a ripetere gli errori di oggi, ma offre il suo amichevole sguardo come luogo in cui ricominciare una nuova vita. Ci aiuta a passare dal sapere al conoscere. Sapere che siamo infedeli, adulteri, peccatori, fragili: è già gran cosa, ma è sapienza semplicemente umana, che non basta a salvare, anzi, può condurre facilmente le anime a pascolare soltanto nei prati della tristezza e della malinconia. Conoscere chi Egli sia, di che cosa sia capace per noi, quanto ci ami, quanta fatica abbia fatto e continui a fare ogni giorno per ridarci vita, quanto abbia volutamente sofferto per noi è invece dono di Dio, che conduce le anime a pascolare nei prati della verità e della gioia.
“Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti”.
Sono le parole di San Paolo, tratte dalla lettera ai Filippesi e offerte nella seconda lettura. Credo che non sia assolutamente azzardato metterle in bocca anche alla donna adultera di cui oggi ci parla il vangelo. Ella se ne andrà dal tempio nella doppia condizione di donna liberata da una condanna a morte data ormai come certa e di donna interiormente libera dal male, giacché ha trovato Colui al quale legare tutta se stessa, mani e piedi, in quell’unica felice prigione che è l’amore e, fra tutti gli amori, l’amore di Dio in Cristo Gesù, “Anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù”, può infatti ormai dire anche lei, con San Paolo.
Quando a scuola parlo con gli allievi dei tanti problemi che assillano loro e l’umanità, tutti comprendono che vi è in gioco la nostra fragilità e persino la cattiveria. Ma quando provo a parlare loro della possibilità del perdono come via per riparare a tante malefatte e soprattutto risanare tante ferite, quasi nessuno accetta questa proposta: per essi, ormai culturalmente lontani dalla freschezza del vangelo, si tratta di una via inammissibile. Così, questa nostra umanità appare desolatamente intrappolata tra le sue continue scelte adultere, di tradimento del bene, da una parte, e le sue pronte condanne alla lapidazione per il male presente in ognuno di noi dall’altra. Solo pochi giorni fa, risuonava la notizia che il sovrano del Bahrein, piccolo stato asiatico a maggioranza musulmana, reintroduce la condanna alla lapidazione per adultere e omosessuali. Cristo tuttavia ha offerto a ciascuno di noi non delle regole, ma se stesso e, insieme alla propria persona, la sua stessa capacità di abbracciare il bene.
E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più»
Ogni sera ci viene rinnovata la possibilità di ricominciare, il giorno dopo, una vita nuova. Forse per questo Giovanni dice che, mentre gli uomini accusavano la donna, Cristo, tacendo, scriveva per terra: nella polvere che spesso noi siamo, lui scrive parole immortali, parole di vita nuova.

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