S. Natale 2020

Ecco il link alle letture di Natale

A casa abbiamo fatto un presepe normale, come tutti gli anni scorsi. A copertina di questo commento, sul mio blog ho caricato un’immagine normale, tradizionale del presepe benché stilizzata. Quest’anno l’ho fatto ancora più volutamente degli anni scorsi, per ribadire a me stesso, alla mia famiglia e a chi ha la bontà di leggermi che vi è qualcosa d’irrinunciabile nel presepe, qualcosa che non possiamo non ridire ogni Natale, qualcosa che dobbiamo mantenere come punto fermo, assoluto.

Non sono mancate infatti quest’anno le novità nel presepe, perché abbiamo scoperto che a Betlemme Giuseppe, Maria e tutti gli altri indossavano mascherine, tute e schermi anti-Covid; essi sono comparsi in presepi privati e pubblici, collocati in case come in chiese importanti delle nostre città.

Mi sono chiesto allora quale fosse l’idea, perché ritengo che di solito quando si fa una cosa vi sia un motivo. Frugando nel baule della memoria ho recuperato una di quelle parole d’ordine ripetute alla noia nella Chiesa da decenni, quella cioè per cui noi dobbiamo attualizzare tutto, cioè dobbiamo far capire alla gente che il messaggio del vangelo è concreto, è per l’uomo d’oggi; dobbiamo aiutarli a sentire che Gesù è vicino, è uno di noi. Bisogna avvicinare la Chiesa e le sue tradizioni alla cultura moderna. Dico subito che a forza d’insistere su questo principio siamo giunti al punto che, per esempio, in Inghilterra un pastore anglicano ha pensato bene di creare tra le navate della sua chiesa un campo da minigolf, per invitare la gente a entrarvi. Vi sembrerà un esempio Kitsch e irriguardoso nei confronti di quanti hanno solamente rivestito il buon San Giuseppe con una mascherina, ma secondo me rappresenta semplicemente un traguardo possibile dello stesso percorso.

Ora, per dirla con un brutto italiano, se abbiamo bisogno di ricorrere a questi stratagemmi vuol dire che siamo arrivati alla frutta, che cioè non abbiamo più niente da dire. C’è d’altra parte una sottile differenza tra l’empatia e la compiacenza, ma tale differenza è sostanziale perché avvicinarsi all’altro, farsi a lui prossimo non significa svendere sé stessi, non significa appiattirsi sulle sue posizioni, altrimenti si cadrà inevitabilmente nel banale e nel ridicolo e si farà il male di entrambi. Che cosa c’è di più concreto e di attuale del sapere che Dio si è fatto uomo, che ci ama sino in fondo, che è con noi e sempre lo sarà? Lo sappiamo ancora noi che il tempo da duemila anni si calcola in funzione della sua nascita e non dei nostri mille problemi o capricci?

Se tutto deve essere appiattito e adattato fino a banalizzarlo, cosa impedirà poi ai politici di turno in un’epidemia del futuro di spostare la data del Natale perché non vi saranno le condizioni per celebrarlo? Ovviamente sarebbe uno spostamento civile, è chiaro, ma tant’è.

A nessuno oggi è venuto in mente di farlo, ma potrebbe accadere un domani. A nessuno è venuto in mente, vuoi forse per motivi commerciali, vuoi forse perché regge ancora l’idea che il Natale sia qualcosa di intoccabile che accade e si ripete ogni anno alla stessa data giacché parla di eternità e non si lascia intrappolare dai nostri drammi, ma anzi al contrario viene a illuminarli.

Ecco il motivo per cui ho deciso di fare il solito presepe, perché esso mi parla dell’indiscussa fedeltà di Dio a me e a tutti noi oggi, una fedeltà inamovibile e inalterabile. Cos’altro ho bisogno di sapere? Egli c’è, è lì, è nato, è lì per me, per noi. Se questo non mi basta, posso inventare tutti gli orpelli di questo mondo, appiattirlo sul mio quotidiano in tutti i modi possibili, ma il problema è un altro: è che mi manca la fede per fare veramente mia una verità così impressionante.

Quand’è così allora si può fare una cosa sola e cioè inginocchiarsi davanti a quella scena umana povera e umile per chiedere la grazia di comprenderne e crederne la sostanza divina.

Perché altrimenti la Chiesa non ha mai (ripeto mai) rinunciato a festeggiare il Natale nei secoli? Non lo ha fatto durante le pestilenze e non lo ha fatto durante le guerre, tanto per citare due tipi di eventi nei quali l’umanità è stata afflitta da problemi gravissimi, come noi oggi in piena pandemia. Ebbene, perché la Chiesa non vi ha mai rinunciato? Ma proprio perché Natale è la celebrazione dell’amore fedele di Dio per questo mondo, ieri come oggi e oggi come domani.

Può esserci capitato di trovarci in situazioni personali a causa delle quali il nostro vissuto e il nostro stato d’animo fosse distante dalla festa del Natale, eppure abbiamo dovuto in un certo senso adeguarci a tale festa. Ebbene, ciò che negli ultimi decenni capitava solo ai singoli stavolta capita a tutti: tutti siamo chiamati a fare uno sforzo interiore per rapportare noi stessi e quanto andiamo vivendo a una festa che comunque accade, nel bel mezzo di questa pandemia. Ma non è una forzatura questa! È piuttosto un invito alla conversione, a mettere al centro qualcuno e qualcosa di più grande di noi da cui scaturisce per tutti noi forza e consolazione per vivere l’oggi. Ecco: l’oggi. Per noi conta il nostro oggi, a cui Dio dovrebbe dimostrare d’interessarsi. E invece no: conta l’eterno oggi di Dio e conta che esso cada perpendicolare, preciso e reale nel transitorio oggi dell’uomo.

Davvero abbiamo bisogno d’altro?

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