Santa Pasqua 2019

In un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa, il cardinal Bagnasco, vescovo di Genova, suggerisce che, forse, insieme al tetto della cattedrale di Notre Dame di Parigi (incendiatosi pochi giorni fa) è bruciata un po’ dell’indifferenza che la nostra società europea (e in particolar modo francese) ostenta nei confronti del cristianesimo.
Ci siamo abituati, ormai, a celebrare i misteri di Cristo in un clima di freddezza religiosa, se non proprio di estrema indifferenza. Ciò tuttavia, anziché motivo di sterile lamentela, deve diventare occasione e provocazione per una riflessione maggiormente seria, approfondita e personale su quanto la Chiesa ci invita a ricordare e festeggiare. In tal modo, se decidiamo di dedicare anche solo un poco di tempo a meditare sui grandi eventi pasquali, ci accorgiamo immediatamente della nostra incapacità a comprenderli in tutta la loro ampiezza e portata. Chi di noi, infatti, è in grado di sapere cosa abbia significato per Cristo sostenere il peso della sua Santa Passione in ogni suo aspetto? Chi di noi può comprendere cosa abbia significato per lui voler rinunciare alla presenza del Padre sulla croce a nostro vantaggio? Chi di noi può capire poi che cosa significhi questo stesso modo di esprimersi del nuovo testamento, nel quale si afferma che tutto ciò Cristo l’ha patito “per noi”, ” a nostro vantaggio”, “per la nostra salvezza”? Chi di noi può immaginare cosa abbia significato per Cristo scendere agli inferi, cioè nel regno dei morti? Chi di noi può rappresentarsi il momento della sua risurrezione dai morti? Per quanto ci proviamo, la nostra mente non può indagare le profondità di misteri così sublimi. Anzi, più tenta di comprenderli, più si perde e rimane disorientata. Se pure poi accettiamo tutto ciò per fede, sorge immediatamente in noi la domanda su come tanta grandezza possa in qualche modo essere estesa anche a noi, piccoli e miserabili. Può infatti essere sorta in noi una volta la domanda: ” che cosa sono io di fronte a tanta grandezza?”, oppure “io come posso partecipare alla vittoria di Cristo sul male e sulla morte?”. Qui ci lascia senza parole la riposta, così semplice e così disarmante: “basta crederlo”. Noi vorremmo superare delle prove, fare dei “compiti a casa” con risultati brillanti per essere sicuri di esserci veramente meritati di partecipare alla risurrezione. E invece no. Dobbiamo semplicemente dire: “Credo”. E questo perché? Perché la risurrezione è opera di Dio e non dell’uomo e nessun uomo può né riprodurla, né meritarla. E’ un dono che Dio fa ai suoi amici, cioè a quanti credono in Gesù Cristo suo figlio crocifisso e risorto, nel quale Dio si è manifestato a chi lo cerca.
Mai come nel tempo pasquale, perciò, si comprende come il cristianesimo sia una religione che non può esistere senza i sacramenti e senza la liturgia, in quanto essi sono i momenti in cui Dio nutre spiritualmente tutti i figli della risurrezione, i quali sono su questa terra come dei feti nel grembo della madre, in attesa di essere partoriti alla vita eterna. Come il bimbo nella pancia della mamma intuisce qualcosa del mondo esterno mediante i sensi corporei e fa esperienza dell’essere nutrito costantemente dalla madre, al di là della capacità di comprensione di entrambi, così pure il cristiano coglie sin d’ora in modo intuitivo la grandezza del mondo futuro che lo attende e si nutre della grazia che la Chiesa gli infonde soprattutto nei sacramenti. Che cosa possiamo davvero capire di tutto ciò? Voglio dire, quanto possiamo essere veramente consapevoli sino all’ultima fibra del nostro essere dei doni di cui viviamo in Cristo? Assai poco, ritengo, per non dire nulla, talora. Dio tuttavia non poteva e non voleva attendere che noi fossimo in grado di comprendere ed amare suo Figlio completamente prima di mandarcelo, così come ora non può e non vuole attendere che la comunione con Lui che è risorto sia compresa e abbracciata totalmente prima di concedercela. La Pasqua cristiana è tutta un rincorrersi di doni offerti in modo sconcertante e imprevedibile da parte di Dio e di riconoscimenti successivi da parte degli uomini, come dimostrano gli esempi di Pietro e tutti gli altri discepoli.
Ritornando in conclusione a quello squarcio nell’indifferenza che sono state le fiamme della cattedrale di Parigi, un dono possiamo chiederlo al Risorto: quello cioè di aiutarci a bruciare un poco per Lui interiormente, sull’esempio delle donne il mattino di Pasqua, le quali certamente non avevano compreso tutto, ma avevano scelto di credere. L’evento della Risurrezione ci raggiunge nei riti della Santa Pasqua per coinvolgerci da capo a piedi e chi lo abbraccia non si cura più dell’indifferenza circostante, ma piuttosto si chiede come poterne divenire strumento affinché, anche per mezzo suo, divampi la fiammante novità della risurrezione. Giacché senza di essa, nessun uomo può vivere!

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