SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – ANNO A

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La celebrazione della solennità del SS corpo e sangue di Cristo riveste quest’anno un carattere eccezionale. Come abbiamo già a più riprese sottolineato in altri commenti, stiamo gradualmente uscendo ora da un triste periodo lungo all’incirca un paio di mesi, nei quali non abbiamo potuto partecipare alla santa messa, né tanto meno ricevere la santa comunione. Per tanti di noi cattolici è stata una prova grande, che si aggiungeva a tutte le altre, condivise con il resto della cittadinanza italiana e mondiale.

Alla battaglia compiuta nei reparti ospedalieri, costata molti morti tra i malati e il personale sanitario, al dramma della perdita del lavoro, al dolore della separazione forzata tra parenti, alla crisi economica e a tante prove di vario genere, per chi frequenta abitualmente la messa si è aggiunta l’astinenza dal pane della vita.

La prima lettura di oggi, che parla di deserto, di umiliazioni e di prove, tutti modi con cui Dio vaglia il suo popolo, si rivela immagine più che mai attuale e utile a interpretare ciò che ci è accaduto.

L’asprezza del deserto, dove l’uomo è più fragile che mai, ben rappresenta il periodo appena trascorso nel quale il coronavirus ci ha sradicati dalle nostre certezze. Tutti abbiamo fatto esperienza della nostra debolezza, della nostra precarietà, del nostro bisogno di essere sostenuti da una forza che non siamo capaci di darci da soli. Tutti i nostri falsi miti sono crollati: la scienza si è rivelata fondamentale ma contradditoria nel suo darci risposte diverse a seconda dell’orientamento dello studioso di turno; il mercato e l’economia ci hanno mostrato quanto sia corto il loro fiato; gli organismi di governo nazionali e internazionali hanno lasciato intravedere da una parte inquietanti incertezze e dall’altra calcoli e strategie poco rassicuranti per i cittadini; la tecnologia, importantissima, ma spesso sopravvalutata, non ha evitato migliaia di morti. Insomma, tutto ciò su cui riponevamo la nostra fiducia, non ha retto alla prova. I più accorti si saranno resi conto che forse anche prima camminavamo nel deserto, senza però esserne avvertiti, perché era un deserto di plastica, nel quale cioè vedevamo solo ciò che volevamo vedere, vedevamo solo quello che avevamo creato noi, nell’illusione che fosse bastevole.

Capire che non possediamo il segreto dell’essere, che non siamo immortali e che non abbiamo risposte per tutto è dunque frutto del cammino nel deserto: questo forse, è un passo che hanno compiuto, se non tutti, almeno tanti. Anche noi cristiani siamo passati attraverso questa umiliazione, dalla quale sicuramente Dio ci ha concesso di trarre vantaggio nel riconoscere la nostra povertà. A noi, però, è stato dato di comprendere molto, ma molto di più. Infatti, la fame di eucarestia che abbiamo nostro malgrado dovuto sperimentare e il successivo ritorno alla santa comunione si spiegano meravigliosamente con le parole della prima lettura: “[Dio] dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”.

A noi è stato chiesto un grande sacrificio spirituale, ma al contempo ci è stato fatto un ancor più grande dono di fede. Non solo abbiamo compreso con maggior lucidità la fallacia di tutto ciò che l’uomo tenta di costruire dimenticando Dio ma altresì la grande consolazione sperimentata nel ritorno alla messa e alla comunione ci ha permesso di tornare ad apprezzare con rinnovata consapevolezza la grazia di Dio.

Non sappiamo se il mondo, una volta digerita questa batosta, saprà alzare lo sguardo verso Dio. Se cioè sarà in grado, dopo aver capito che non possiede la vita e dopo un periodo di autocommiserazione, di gridare a Dio affinché lo salvi. Personalmente, né m’illudo che lo faccia, né dispero che qualcosa cambi.

Per noi, comunque vada, non è così. Sapevamo già prima cogliere la portata delle parole di Gesù scritte nel vangelo: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. Ora però le sentiamo bruciare sulla nostra pelle. Ora, soprattutto ci sentiamo come coloro che ritornano dall’esilio o, per riferirici alla prima lettura, come coloro i quali hanno trovato nel deserto una fonte a cui dissetarsi ogni giorno. Ora comprendiamo meglio che il desiderio di rimanere uniti a Cristo è la cosa più preziosa che possediamo. Ora siamo meglio sintonizzati sulle parole del Signore: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”.

Celebriamo il Corpus Domini e riceviamo la santa comunione perché desideriamo rimanere in Lui, come Lui desidera rimanere in noi.

Perciò non ci spaventiamo se, costretti dalle prove ad aprire gli occhi, scopriamo di camminare in un grande deserto. Non ci manca infatti di certo né il cibo per saziare la nostra fame, né l’acqua viva per placare la nostra sete.

 

 

 

 

 

 

2 Risposte a “SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – ANNO A”

  1. Nuccia Maritano Comoglio dice: Rispondi

    Grazie per il tuo “sguardo” profondo e illuminante. La tua testimonianza sostiene la mia fede imperfetta….

    1. Emilio Gazzano dice: Rispondi

      Grazie Nuccia di tanta considerazione. A giudicare dalle tue parole, non so se davvero la tua possa dirsi una fede imperfetta, ma certo è accompagnata da un’umiltà a tutta prova!

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