Seconda di Quaresima – anno A

Non vi è la minima traccia, nei racconti della passione e morte di Cristo e neppure in tutto il vangelo, di atteggiamenti di natura tragica o vittimistica da parte sua. Se è vero che le incomprensioni, le ostilità, le infedeltà e le meschinità degli uomini abbondano, non si può mai riscontrare in Cristo un lamento cupo a riguardo. Egli vive tutto con un equilibrio straordinario, è capace di respingere al mittente le provocazioni, ma non carica mai sulle spalle altrui il peso morale e psicologico della sua missione di redentore. Ebbene, tra gli altri aspetti difficili della vita umana che Gesù ha saputo vivere (e di cui ha dato chiaro esempio), vi è sicuramente quello del distacco. Egli dovrà separarsi da tutti coloro che ama, ma nei racconti della passione dimostrerà di vivere tutto ciò con infinito amore e grande sapienza.

Tutti, si sa, abbiamo vissuto, oppure stiamo vivendo, oppure ancora mettiamo in conto di vivere, prima o poi, dei distacchi, spesso dolorosi, dei tagli sul vivo. A volte ne siamo responsabili attivi, altre li subiamo nostro malgrado. Spesso sono vissuti in comunanza d’intenti con coloro da cui dobbiamo separarci, altre volte avvengono in situazioni di divisione lacerante. Fatto sta ed è che non sempre riusciamo a viverli con una certa serenità di fondo, non sempre la luce della speranza brilla dentro a tali situazioni, anzi, spesso ci pare di vedere un pozzo di tenebra in esse. Il mondo odierno è caratterizzato da continui cambiamenti, distacchi, separazioni che spesso destabilizzano le persone, o addirittura le gettano in uno sconforto dolorosissimo, anche perché non si riesce a trovare o a dare un significato agli avvenimenti in generale.

Ora, la trasfigurazione di Gesù al monte Tabor testimonia di un evento particolarissimo nella vita di Gesù, a cui tre discepoli soltanto sono invitati a partecipare. Per ciò che concerne la liturgia, viene meditato ogni anno nella seconda domenica di Quaresima, tempo nel quale ci si prepara al ricordo del distacco da Cristo dal mondo con la sua tragica morte. Per ciò che concerne i vangeli, tale brano è sempre posto in collegamento ad altri nei quali Cristo predice la sua passione e morte ai discepoli i quali (come sappiamo) non capiscono. Matteo dice inoltre che scendendo dal monte Gesù raccomanda ai discepoli di parlare agli altri della trasfigurazione solo dopo la sua risurrezione. Dunque, il vangelo c’invita a collegare trasfigurazione gloriosa di Gesù e distacco dai suoi con la morte in croce. Vi sono in proposito considerazioni teologiche importanti da fare, ma io qui scelgo di limitarmi a un semplice spunto per la nostra vita cristiana.

Da Gesù emanano una luce e una forza straordinarie che aiutano anzitutto lui a non cadere nel baratro della disperazione man mano che si avvicina il distacco sia da questo mondo (che lo odia), sia dai discepoli (che si rivelano incapaci ad amarlo). Egli è questa luce, capace di vincere qualsiasi tenebra interiore possa tentare di avvolgerlo e imprigionarlo. Inoltre, Gesù sa vedere tutti gli eventi alla luce di quella speranza divina che egli è venuto ad accendere nel nostro misero mondo: egli può accettare il bacio di Giuda, il rinnegamento di Pietro, il distacco dalla sua madre amata, perché nel suo sguardo tutti sono per così dire bagnati dalla luce della misericordia divina. Lui, Gesù, è trasfigurato e risorge per amore unico e irripetibile del Padre celeste. Noi, dopo di Lui e grazie a Lui, siamo sottratti alla morte per una luminosissima divina misericordia.

Certo, sul Tabor l’esperienza che Lui fa e cui concede di assistere a tre testimoni è assolutamente straordinaria. Tuttavia, la luce del monte Tabor lampeggia anche in tutte quelle relazioni che egli vive, alcune vere, profonde, molte altre segnate pesantemente dal peccato: fiammeggia anche lì questa luce, come speranza di salvarci tutti da parte sua.

Egli continuerà a reggere con la forza divina e a vedere con gli occhi della fede questa luce anche e soprattutto quando dovrà separarsi da chi ama, come si vede bene nel racconto dell’ultima cena. Come potrebbe altrimenti Gesù in quell’ultima sera, conservare tanta tenerezza, mitezza e bontà verso i suoi discepoli?

Ora, lo spunto di cui parlavo sta tutto qui: come vivo i distacchi? Riesco a intravedere la luce di una trasfigurazione nei momenti più difficili? Riesco a credere che Dio è presente, riempie i vuoti e scalda gli animi assiderati dall’egoismo? Riesco a collaborare alla trasfigurazione che Dio in quel momento vuole e può operare mediante la preghiera per me e per le altre persone coinvolte? Servire, nutrire, abbracciare, perdonare l’altro sono alcuni dei segni che, come nella passione di Cristo, ci fanno intuire che una forza trasfigurante è già all’opera, già sta agendo per far sì che nulla di ciò che abbiamo amato vada perduto.

La trasfigurazione non è la risurrezione, sia chiaro. Gesù non vuole che vi siano equivoci e perciò intima ai tre discepoli di non dire a nessuno ciò che hanno visto, prima che Egli risorga. Il vangelo non ci autorizza a vivere i distacchi e i dolori della vita passandovi sopra con leggerezza. La trasfigurazione è però un segreto che Gesù confida ai più intimi, affinché non si perdano d’animo e imparino, come lui, a vivere le situazioni più dolorose con fiducia e i distacchi con la serenità di chi sa che Dio è fedele.

Forse allora, a ben guardare, il segno più eloquente del fatto che abbiamo imparato a riconoscere la presenza di una luce trasfigurante, proprio quando le cose vanno meno bene, è la pazienza. La pazienza, infatti, nasce dalla fiducia che la felicità possa giungere un giorno, che il bene vincerà; ma allora essa è segno che questa felicità (non ancora posseduta) illumina già la nostra vita.

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